“Ceux-ci sont les trois italiens très très appassionè!”In breve sintesi, queste poche parole, potrebbero rappresentare l’emblema del nostro viaggio di ritorno in Borgogna . A pronunciarle Monsieur Aubert de Villaine proprietario del leggendario Domaine de la Romanèe-Conti, che nella mattinata del 22 aprile ci ha ospitato per una visita che rimarrà pietra miliare nel percorso di appassionati nell’universo del vino. Ma andiamo per gradi. Di ritorno, nel 2012, dalla visita dell’ultimo lembo di terra enologica francese a noi sconosciuta, vale a dire la Loira, dopo 6 lunghi viaggi, una quarantina di cantine visitate, oltre 100 vini degustati e più di 12.000 km percorsi, avevamo definitivamente chiuso il cerchio. Non dico fossimo diventati dei veri e propri esperti di vino francese, ma di sicuro avremmo potuto tenere testa a qualsiasi conversazione al riguardo. Questi anni sono stati utilissimi, sia per aver enormemente accresciuto le nostre conoscenze in fatto di vini, sia per aver toccato con mano la terra dei differenti vigneti ed aver dialogato con tanti vignerons che ci hanno regalato emozioni e sensazioni, lasciandoci ricordi che difficilmente potranno essere cancellati dalla nostra memoria. Sono stati anni che hanno aumentato la nostra autostima e la consapevolezza di esserci da tempo scrollati di dosso l’ingombrante parte del neofita e del semplice appassionato. In cuor nostro la ragione ci obbligava a dirigere gli sguardi nel panorama italiano programmando in linea di massima, per il 2013, una visita nella Valpolicella, terra di Amarone e nelle vicine zone del Soave e di Breganze, patria del Torcolato, ma una vocina interiore ci spronava a gettare il cuore oltre ogni ostacolo osando l’inimmaginabile. 

Ayrton Senna, grande compianto campione di Formula 1, un giorno disse:” Se una persona non ha più sogni, non ha alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà”

Questa frase, letta casualmente è stata come un’illuminazione, quel quid che mi ha spinto, conversando in primis con l’amico fraterno Paolo ed in un secondo momento con zio Mario a sognare l’impossibile ovvero a tentare di toccare i vertici mondiali richiedendo, umilmente, una visita al Domaine de la Romanèe-Conti. E’ vero, la seconda parte della frase del pilota brasiliano dice che nei sogni va intravista la realtà e a tal riguardo all’inizio di quello che definirei una vera e propria impresa, riuscire a raggiungere lo scopo poteva rappresentare pura utopia. Quando nel 1999 è iniziata, quasi per gioco, questa nostra grande passione, Romanèe-Conti era lontano anni luce, un miraggio ed ogni qualvolta venisse nominato incuteva timore, quasi fosse esclusiva dimora degli dei, inaccessibile, inviolabile e il solo parlarne per taluni versi ci demoralizzava sapendo che non saremmo mai riusciti minimamente ad avvicinarci. Per fortuna o per audacia, non è stato così e solo il tempo è stato dalla nostra parte. E’ risaputo che le visite sono di esclusivo appannaggio dei professionisti del settore e le attese possono durare anche anni. Sapevo che solo un miracolo avrebbe potuto esaudire il sogno di ogni appassionato di vino sulla faccia del pianeta.

In internet, si trova il sito, ma nessuna possibilità di contatto via mail e chiamare è normalmente infruttuoso; unica alternativa, ricorrere alla vecchia e cara lettera, spedita tramite posta all’attenzione di Monsieur de Villaine proprietario del Domaine. Mentre scrivo, a distanza di una settimana dalla nostra visita, dopo averlo conosciuto, ho in parte capito la magnanimità del suo gesto. Penso che, una volta tanto, abbia voluto fare uno strappo alla regola, uscendo dalla routine quotidiana, fiero di poter esaudire il sogno di tre appassionati italiani senza pensare a tornaconti economici , ma solo per il gusto di vedere la felicità nei nostri occhi. Ho sempre cercato di capire cosa lo avesse spinto, leggendo la lettera, a concederci tale privilegio e credo che abbia riconosciuto in noi la vera passione incondizionata e penso che attraverso noi, sia riuscito, per pochi attimi, a ritrovare l’entusiasmo degli inizi, di quando giovane uomo ha iniziato ad approcciarsi con forza ad un fardello così ingombrante come Romanèe-Conti. 

Sono certo che ci sia stata una parola che abbia indotto Monsieur de Villaine a dare il proprio benestare: “passione”. Una parola che deve aver analizzato con cura, cogliendone i due significati più distinguibili individuandoli nell’accezione massima all’interno della nostra lettera; passione intesa come sentimento, dolce ma anche violento capace di dominare l’intera personalità di un individuo interamente votato alla propria inclinazione e passione intesa anche come patimento, quasi come una sofferenza tesa al fine ultimo della soddisfazione personale e morale. 

Ricordo con un po’ di emozione e con una vena nostalgica l’attesa snervante di una risposta, che nel giro di una quindicina di giorni, si è tramutata in una splendida realtà capace di farmi sobbalzare dalla sedia, travolto da una improvvisa e debordante felicità che per qualche istante è stata capace di togliermi il fiato. Adrenalina pura che mi ha pervaso le vene e la mente ha galoppato sin da subito ad immaginarne la visita forse per un milione di volte. Ho iniziato a contare i giorni che ci separavano dal tanto agognato traguardo e più mi avvicinavo al rendez-vous, più segretamente mi preoccupavo che potesse capitare qualsiasi cosa che precludesse la realizzazione del nostro sogno. E’ stato splendido e talmente appagante condividere questa gioia con gli altri che, dall’incredulità generale, è sgorgato un senso di appartenenza e di orgoglio così forte da farci sentire ancora più uniti. Tutto ciò ha rafforzato le nostre sicurezze e se ce ne fosse ancora bisogno ci ha insegnato che nella vita, nel rispetto delle regole, se si vuole ottenere qualcosa bisogna volerlo con tutto te stesso sapendo che c’è sempre una possibilità che da qualche parte, al momento giusto va colta. Qualcuno potrebbe dire che siamo stati fortunati! Io credo che, con tanta fatica ed umiltà, ce lo siamo guadagnati. Per chi non ha passione e non segue le vicende dell’universo enologico non è facile immaginare la grandezza di quanto fatto ed ottenuto, ma solo ora che scrivo, intriso da una sorta di nostalgica malinconia, stento a credere alla portata della nostra impresa. Come sotto titolo ho indicato spudoratamente “noi siamo leggenda”. Se verificassimo il significato etimologico della parola leggenda, facendo riferimento alla sapienza di wikipedia, ne potremmo trarre quanto segue:

la parola leggenda deriva dal latino legenda che significa “cose che devono essere lette”. Le leggende si rivolgono alla collettività, come i miti e spiegano l’origine di qualche aspetto dell’ambiente, le regole e i modelli da seguire, certi avvenimenti storici allo scopo di rinsaldare i legami di appartenenza alla comunità.

Con molta modestia, penso che quanto accaduto possa rivestire, a livello personale, tutte le caratteristiche di un avvenimento storico, da ascriversi negli annali della nostra vita. Indimenticabile!!

Sto forse esagerando, o filosofeggiando? Francamente non credo o comunque, abbiate la cortesia di lasciarmelo pensare.

Come detto, l’opportunità impensabile di poter visitare il Domaine de la Romanèe-Conti aveva stravolto i nostri piani originali; messa da parte la Valpolicella bisognava organizzare un viaggio di ritorno in Borgogna con tutti i sacri crismi. Seppur vero che il fulcro di tutto sarebbe stato incentrato sulla Ferrari delle aziende vinicole mondiali, non si doveva perdere l’occasione per visitare altri produttori ed altre zone vinicole borgognone che nel primo viaggio del 2006, per ovvi motivi temporali, erano stati tralasciati o visitati solo parzialmente. Mi riferisco alla zona di Chablis e nella Cote de Nuits a Morey Saint Denis e a Gevrey Chambertin.

Memori dell’inclemenza meteo del 2012 che ci aveva regalato 5 giorni incessanti di pioggia battente e preoccupati per una primavera che stentava arrivare, diventava quasi ossessiva la continua presenza in internet per verificare giornalmente l’andamento previsionale dei giorni dal 21 al 25 aprile. Qualcuno deve aver guardato dal cielo regalandoci, a parte il giorno di partenza, un tempo clemente, che da un’iniziale perturbazione alimentata da aria umida e fredda si è trasformata in giornate soleggiate con temperature a ridosso dei 20/23 gradi.

Mentre percorro la strada che ci porta in Borgogna, parallelamente ne percorro un’altra che raggiunge i miei sentimenti più profondi, i ricordi più intimi, le sensazioni, i colori e i profumi di una terra per la quale nutro una grande ammirazione e rispetto. L’avvicinarsi di Beaune, capitale vinicola della regione non può non farmi tornare alla mente il nostro primo viaggio del 2006, fatto con coraggio ed incoscienza, alla scoperta di una grande terra e di grandi uomini che avrebbero condizionato le nostre vite per sempre. A poco a poco i ricordi, così lontani e sbiaditi dall’inesorabile incedere del tempo si facevano sempre più nitidi ed una strana inquietudine, pervasa da una sottile felicità, attraversava il mio essere per così dire sospeso nel tempo. Come per incanto mi sembrava che fossi rimasto lì e che non fossi mai tornato a casa. Una strana ma piacevole sensazione, raramente avvertita prima. Forse la Borgogna è la mia casa anche se questo viaggio di ritorno, inconsciamente mi turbava facendomi pensare che allo stesso tempo l’avrei vissuto come un viaggio d’addio. E’ come essere tornati a trovare qualcuno che ti ha svezzato ed aiutato a crescere e che ora ti esorta a trovare la tua strada perché sente che non hai più bisogno di lui. In cuor mio ho paura che non sia un arrivederci, anzi ne sono quasi certo.

E’ impossibile non ricordare l’eroicità di quel viaggio e di come le situazioni siano così cambiate. Da una semplice cartina stradale, ora ci orientiamo con il satellitare; l’improvvisazione di alcuni appuntamenti è stata soppiantata da attenti studi e visite concordate con l’indispensabile aiuto di internet; la stessa scelta dei ristoranti, un tempo quel che capitava o che offriva una carta più simile alle nostre abitudini alimentari, ha subito un’attenta valutazione onde evitare inutili perdite di tempo; l’indistinto timore reverenziale nei confronti dei singoli vignerons si è trasformato in un costruttivo dialogo di accrescimento enologico e a volte di comparazione con i diversi terroirs, anche nostrani. In questi sette anni che ci separano da quella indimenticabile esperienza, spesso e sovente ho riletto le mie impressioni e inevitabilmente mi scappa sempre un sorriso perché ne avverto la semplicità, l’inesperienza così pura, la voglia smaniosa di ricominciare subito una nuova avventura alla scoperta di terre sconosciute. Insomma in poche parole, crescere è stato bello ed il ritorno affrontato con più maturità è servito a renderci più consapevoli dei risultati raggiunti.

Squadra che vince non si cambia e anche l’hotel che ci ospiterà è sempre lo stesso, l’Adelie a Montagny les Beaune a pochi chilometri dalla capitale vinicola borgognona. Rinnovato nell’aspetto a cominciare dalle camere più curate, mi rafforza l’idea che il tempo non sia passato, dal fatto che l’addetto alla reception, cordiale ed efficiente, sembra ricordarsi di noi e della nostra prima visita trovandomi solo un po’ più brizzolato. Rimango esterrefatto e penso che realmente questa terra sia un luogo magico. 

L’ arrivo a Beaune, nel pomeriggio, risulta essere essenzialmente uno spensierato passatempo utile per rivisitare la splendida cittadina, visto che almeno la domenica i vignerons non si rendono disponibili ad alcuna visita. Ne approfittiamo, in un pomeriggio realmente freddo per visitare alcuni luoghi caratteristici, vale a dire l’interno dell’Hospice de Dieu, la collegiata di Notre Dame e l’Athenaeum.

Hospice de Dieu

L’Hospice de Dieu, risalente al XV° secolo, fu eretto da uno dei tanti duchi di Borgogna, per assicurarsi il paradiso, ovvero si tratta di un antenato di un moderno ospedale con la caratteristica principale di possedere le coperture dei tetti spioventi ornate da un numero imprecisato di mattonelle colorate che danno uno splendido effetto policromo nelle giornate di sole. A differenza della prima volta che ci eravamo limitati a guardarne l’esterno, questa volta entriamo e rimaniamo meravigliati dalla bellezza artistica. Già che ci siamo, muniti di apposite radioline ed osservando un tragitto imposto, ripercorriamo la storia della nascita dell’Hospice percorrendo stanze e corridoi fino ad arrivare in una caratteristica sala contenente la pala d’altare del “Giudizio” di Rogien Van Der Weyden., un vero e proprio capolavoro della pittura cinquecentesca.

Usciti, soddisfatti, ci intrufoliamo nel vicino Athenaeum; fondato nel 1989, nel cuore della città, è una zona multiculturale di 1.200 mq dedicati al vino e alla gastronomia. E’ per così dire il paradiso degli appassionati di vino, in quanto raccoglie un’infinita quantità di libri dedicati all’arte enologica, mappe dei diversi terroirs di Borgogna, taste-vin, cavatappi, accessori vari ed uno spazio adibito ad enoteca e ben rifornita con diverse etichette di pregio. In bella evidenza il libro di Gert Crum ovvero “Le Domaine Romanèe-Conti, meravigliosamente illustrato al prezzo “modico” di 100 euro, purtroppo nelle sole edizioni in francese ed in inglese. Peccato. Fosse stato in italiano, sarebbe stato bello acquistarlo facendoselo autografare da Monsieur de Villaine. Pazienza, abbiamo comunque rimediato in altro modo.

Direi che ci abbiamo passato almeno tre quarti d’ora a guardare, rovistare e a rimanere sbalorditi da certi prezzi, alla faccia della crisi. 

La giornata plumbea e un po’ triste non invogliava più di tanto a camminare in lungo e in largo, per cui, dopo alcuni giri della piazza principale di Beaune ci dirigevamo alla nostra autovettura non prima di aver visitato la collegiata di Notre Dame che, iniziata verso il 1120 è un bell’esempio di stile romanico borgognone. Dietro all’altare maggiore si trova una magnifica serie di arazzi denominati “Vie de la Vierge”, composta da cinque pannelli nei quali sono raffigurati diciannove episodi della vita della Vergine.

Un po’ di stanchezza inizia a farsi sentire, vuoi l’età, vuoi il tempo freddo ed umido, vuoi il viaggio di oltre 6 ore, per cui rientriamo in hotel per una sana doccia calda ed un riposo in attesa della cena al Ristorante “Le Gourmandin”.

Come già asserito più e più volte, mangiare nel territorio transalpino può essere per certi versi una vera e propria impresa, vuoi perché le abitudini alimentari sono realmente diverse dalle nostre, vuoi perché per determinate pietanze anche il miglior dizionario francese-italiano può essere fatalmente depistante. L’esperienza di tutti questi anni, i diversi territori visitati e sperimentati a livello culinario, erano bene auguranti sul fatto che la Borgogna fosse una delle zone in cui avremmo trovato ben poche sorprese. La capillare attenzione riposta all’individuazione dei ristoranti, con le relative seconde scelte, ha dato i suoi frutti lasciandoci completamente soddisfatti (forse per la prima volta in assoluto!!).

Il solito dopo cena, con il corroborante goccetto di grappa Marolo invecchiata 20 anni, servita dalla fiaschetta di Mario, rappresenta quasi un rituale. E’ per così dire una danza tribale, una sorta di gesto scaramantico ed abituale con il quale si ricerca la buona sorte per le degustazioni che verranno ad iniziare dal giorno seguente, e che degustazioni, visto che partiamo subito con il botto: Romanèe-Conti.

Scrivere sul domaine de la Romanèe-Conti mi diventa difficile e non basterebbe un solo libro per descriverne la magnificenza. Il Domaine, nella cote d’Or ha vigneti che producono 6 Grand Cru meravigliosi, vale a dire: Romanèe-Conti, La Tache, Richebourg, Romanèe-Saint Vivant, Echezeaux e Grand Echezeaux. Dei vini che se ne ricavano, logicamente tutti 100% pinot noir, il Romanèe-Conti è il più famoso, il più costoso, il più apprezzato e ricercato.

Clos che delimita il vigneto Romanèe-Conti

L’omonimo vigneto, prima dell’avvento del Principe di Conti, denominato_Romanèe, è attraversato da oltre 1000 anni di storia e si ha notizia che i primi possidenti (890d.c.) furono i monaci del Priorato di Saint-Vivant. Esiste un documento risalente al 1512 che è una sorta di mappa che ne delinea il territorio ed i confini che praticamente non hanno subito alcuna variazione sino ai tempi attuali. Il mito prende forma con l’avvento di Louis Francois de Bourbon, sontuoso Principe di Conti, che acquistò la tenuta nel 1760, quando il vino era già rinomato in tutta la Francia. Un vigneto che, già prima di Luigi di Borbone, una volta venduto dai monaci, ad ogni passaggio di proprietà aumentava sensibilmente il proprio valore. La leggenda dice che il Principe di Conti lo acquistò ad un prezzo mirabolante, osteggiato sino all’ultimo da Madame de Pompadour, che, senza farsi riconoscere, lo indusse a sborsare una cifra vertiginosa. In ogni caso, l’acquisto tanto agognato, diede al Principe il privilegio di produrre, già all’epoca, il più grande Borgogna in circolazione.

Già famoso, grazie al Principe di Conti, il vino entrò definitivamente nella leggenda.

Alla morte di Louis Francois de Bourbon, il figlio, ereditati i debiti del padre che spese una fortuna per avere alla sua corte i migliori artisti, scienziati ed i più celebri musicisti dell’epoca si vide costretto a vendere il vigneto che passò di mano in mano all’aristocrazia sino alla rivoluzione francese. Dopo la Rivoluzione, ne divenne proprietario nel 1819 il banchiere personale di Napoleone Bonaparte , tale Julien Ouvrard per poi essere nuovamente venduto e ritrovare una stabilità ed una continuità famigliare agli inizi del XX° secolo, con Edmond Gaudin de Villaine, nonno di uno degli attuali proprietari, ovvero monsieur Aubert. Nel 1942 nasce la Societè Civile Domaine de la Romanèe-Conti ed i principali azionisti sono le famiglie De Villaine e Leroy, che continuano oggigiorno il lavoro iniziato oltre cent’anni fa.

Noi siamo leggenda

Il vigneto Romanèe-Conti è situato ad un’altitudine di 260-275 metri. Il “Norien”, termine usato fino alla fine del XIX° secolo per designare il Pinot Noir, è stato piantato nel 1584 da Claude Cousin. Il vitigno è stato coltivato per 361 anni con il metodo di stratificazione, in pratica si abbassava un ramo nel terreno per mettere radici. Il vigneto venne completamente trapiantato nel 1947 a piede americano causa fillossera che aveva completamente devastato le radici autoctone. Ai tempi del Principe di Conti si era soliti tagliare il vino con una percentuale massima del 20% di Pinot bianco che gli donava “finesse e bouquet”. I metodi di vinificazione e di invecchiamento sono cambiati drasticamente passando dalle 12/36 ore per la fermentazione e 3 anni di affinamento in botte ai tempi di Luigi di Borbone, agli attuali 2/3 settimane per la fermentazione e ai 18/24 mesi per l’affinamento. In sintesi questi sono solo alcuni cenni prima di addentrarci nella giornata topica.

La mattina, sveglia di buon’ora, colazione di tutto punto e poi, subito on the road in direzione Vosne-Romanèe. Mi metto alla guida per poter dare la possibilità a Paolo di agire indisturbato nel difficile compito del reportage fotografico. Sono abbastanza nervoso ed impaziente allo stesso tempo anche se cerco invano di rilassarmi concentrandomi sulla strada che ci porterà a ridosso del mito. L’appuntamento è alle 10.00 in punto e circa un’ora prima siamo alle porte di Vosne-Romanèe , villaggio divenuto leggendario grazie ad un piccolo vigneto di 1,8 ettari che ha creato nel tempo, le fortune di tanti altri produttori. Il paese, originariamente Vosne, ha avuto per primo, in tutta la Borgogna, la possibilità di aggiungere al proprio nome il vigneto più rinomato (Romanèe). Percorrendo le caratteristiche vie ad andatura limitata, ci sentiamo d’improvviso calamitati e senza l’ausilio del navigatore, in pochi attimi, ci ritroviamo davanti al mitico vigneto che rappresenta l’emblema di questo viaggio. Scendiamo dall’auto, la temperatura è fresca, il cielo è coperto ma siamo speranzosi, sicuri che il sole prima o poi possa fare capolino. D’istinto ci sediamo sul muretto che delimita il vigneto e che riporta la targa sulla quale campeggia il nome; è la terza volta che ci troviamo al cospetto di quello che oserei dire possa essere considerato il vigneto più famoso al mondo, una sorta di Monna Lisa, tanto per intenderci e ogni volta che ci si trova dinnanzi avverto una certa reverenza, di enorme rispetto, quasi fossimo pellegrini che dopo un lungo viaggio si ritrovano in preghiera a venerare una reliquia, un Sancta Sanctorum dei vigneti. Con l’autoscatto ci immortaliamo assisi sul muretto e poi, guardando nervosamente l’orologio ci accorgiamo che l’ora fatidica è giunta e ritornati all’auto, ci dirigiamo in Rue Derrière le Four al nr. 1, luogo dell’appuntamento col destino. 

Nel celeberrimo film Indiana Jones e l’ultima Crociata, il famoso archeologo creato dal regista Gorge Lucas, si ritrova al cospetto dell’ultimo cavaliere a guardia del Santo Graal, con il difficile compito di scegliere tra innumerevoli coppe quella corretta per ottenere la giusta ricompensa dell’eterna giovinezza. Saggiamente non sceglierà la coppa di un re, ornata di diamanti e pietre preziose, ma scelse un’umilissima coppa di legno; d’altronde il Cristo era figlio di un falegname.

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Entrata del Domaine de la Romanèe-Conti

Chi si approccia al domaine de la Romanèe-Conti non deve pensare, a livello architettonico, di trovarsi al cospetto di una residenza fastosa al pari dei magnifici chateaux bordolesi, né tanto meno ricercarne la scritta a caratteri cubitali in stile delle più rinomate maisons in champagne. Adiacente alla piccola chiesa centrale del paese, un anonimo cancello con un semplice citofono indicante una minuscola scritta: “Societè Civile Domaine de la Romanèè-Conti” ci separa da una costruzione di dimensioni ridotte, pulita, sobria ed efficace allo stesso tempo. Anche in questo si intravede la grandezza di un domaine che non ha bisogno di ostentazioni, incurante di qualsiasi indicazione pubblicitaria; se hai passione la strada te la indica il cuore.

Al cospetto di qualcosa di talmente grande, avverto un certo timore. Ho mal di stomaco e un po’ d’ansia mi assale. Guardo negli occhi i miei compagni, faccio un sospiro, prendo coraggio e pigio il pulsante del campanello….attendo nervosamente sino a che, avverto una voce angelica che identificatoci, ci apre la porta del “paradiso”. Entriamo in una corte lastricata con ghiaia finissima ed al centro una statua di una vittoria alata, linda ed affascinante. I metri che ci separavano dalla reception mi sono sembrati eterni, ogni passo era pesante ed ad ogni step ho rivisto nella mente il lungo cammino che ci aveva portati sin lì, alla meta, finalmente a casa!

Ci aspettavano e la cosa mi ha subito riempito di gioia. Ci accoglie con un suadente savoir-faire una donna sulla trentina, ben vestita e ben curata, dai tratti delicati, che ci prega gentilmente di accomodarci in una sala attigua in attesa di altre 3 persone che faranno visita con noi. Inizialmente tutto ciò un po’ ci disturba, ma siamo al cospetto di Romanèe-Conti e non possiamo avere anche la pretesa di una visita personalizzata. Mi sento veramente impaziente ed eccitato allo stesso tempo; Paolo e Mario se ne accorgono e mi consigliano di tranquillizzarmi. Sto coronando il sogno della mia vita e nonostante lo stia vivendo, quasi stento a crederci, mi sembra di vivere in un’altra dimensione, quasi irreale. Per stemperare la tensione, mi muovo nervosamente nella stanza guardando con ammirazione una vecchia carta topografica indicante i vigneti del domaine ed alcune fotografie raffiguranti alcuni esponenti delle famiglie De Villaine e Leroy.

Dopo una decina di minuti ci raggiungono 3 americani, una coppia di colore originaria di Miami con al seguito un accompagnatore di conoscenza del domaine. Facciamo subito amicizia. Non sappiamo cosa facessero nella vita, ma abbiamo presupposto che fossero benestanti visto che in una conversazione in inglese maccaronico scopriamo che i due avevano più volte visitato l’Italia andando a pranzare da Gualtiero Marchesi. Come si suol dire, roba da ricchi.

In un breve lasso di tempo, quasi per incanto si balena al nostro cospetto il padrone di casa, monsieur Aubert de Villaine. E’ un grande privilegio poter colloquiare con lui facendoci guidare nella visita; pur speranzosi, non ci eravamo fatti grosse illusioni, pensando che un collaboratore avrebbe assolto il compito di guidare ed istruire tre appassionati italiani. L’inizio è qualcosa di veramente emozionante in quanto il de Villaine rappresenta più di un personaggio famoso a livello enologico, di sicuro un fervido esempio da imitare e seguire per la lungimiranza e per l’esperienza nel settore e personalmente parlando, una persona fino a poco tempo fa inarrivabile.

Forse non si è capito, ma per uno come me, che fa del pinot noir il vino preferito in assoluto, avere dinanzi la personalità più importante al mondo, quantomeno in riferimento a tale vitigno è qualcosa di veramente eccezionale.

Devo dire che i video più volte visti su”you tube” non gli danno giustizia. Dal vivo è un po’ più giovanile e più alto di quel che sembrava. Di sicuro un uomo molto distinto, dai tratti non tipicamente francesi, vestito con un’eleganza casual, stretto nella sua giacca marroncina a coste, pantaloni beige e maglioncino noir. Estremamente gentile e conviviale, ci da professionalmente il benvenuto senza alcun tipo di ostentazione e meraviglia delle meraviglie ci pone nelle mani un calice di degustazione. 

Apriti cielo!!!! Ringrazierò per sempre Paolo che per stemperare il mio eccessivo entusiasmo mi ha ripetuto più e più volte di non aspettarmi troppo dalla visita e tutto quello che sarebbe accaduto sarebbe stato puro guadagno. Aveva ragione, anche se in cuor mio ero sicuro che un’azienda di così elevato standing, una volta apertoti le porte, non avrebbe potuto deludere i propri visitatori a discapito dell’onore e della notorietà mondiale.

Monsieur de Villaine, che si destreggia egregiamente anche con l’inglese, ci avverte che potrà rimanere con noi per una quarantina di minuti, perché impegnato in seguito con un appuntamento di lavoro, lasciando il posto allo chef de cave Bernard Noblet che continuerà la visita sino al suo epilogo. Col senno di poi, devo ammettere che siamo stati veramente fortunati in quanto, già non è semplice visitare Romanèe-Conti, in più nella stessa giornata fare la conoscenza delle persone più influenti del domaine è stato un vero e proprio privilegio assoluto.

Usciamo dal corpo centrale dell’abitato dirigendoci verso un’apparente e normale porta di legno. Ci viene aperta e percorrendo una quindicina di scalini ci immettiamo nella cantina talmente bramata da spiazzarci alla sola vista. E’ una cave estremamente semplice, con allineati una serie di tonneau da 225 litri contenenti i migliori vini al mondo. Leggiamo a chiare lettere marchiate a fuoco sulle botti i nomi di Romanèe-Conti e La Tache e la degustazione inizia proprio da lì.

Vorrei tempestare di domande il nostro padrone di casa, ma l’emozione di trovarmi nella condizione di poter degustare vini che ho sempre mitizzato e che definirei immortali mi paralizza le corde vocali e momentaneamente preferisco rimanere attento ad ascoltare la saggezza delle parole proferite in parte sulla storia ed in parte sull’evoluzione dei vini. 

Quello che mi stupisce e che aumenta la stima che nutro per quest’uomo e che nel suo incedere, sempre misurato, non magnifichi mai i propri vini, né tanto meno esalti a tutti costi il domaine, ma in lui traspare sempre l’orgoglio e la passione smisurata per il terroir, la vigna ed i vini prodotti che sente come propri figli senza fare distinzioni, ovvero, non prediligendo un’annata in particolare ma specificandone le diverse caratteristiche per poterne cogliere anche le più sottili sfumature. 

Presa la pipitre ed usata con dovizia, viene pescato direttamente dalla botte il La Tache 2012 che ci viene servito nel bicchiere da degustazione ed apertosi, già dai primi profumi hai la sensazione di approcciarti ad un vino fuori dal comune. Avvicinando con ossequio il naso si resta pervasi da una sensazione molto forte, difficile da descrivere. Avverto come un’esplosione di profumi intensissimi di piccola frutta rossa, matura. Non ancora messo in bottiglia, ha già una morbidezza ed una rotondità entusiasmante. E’ allo stato attuale un vino che ho trovato molto femminile al pari di una gran dame, sì voluttuosa ma allo stesso tempo dotata di una personalità spiccata, tale da influenzarti sin dal primo sorso. Ora, consapevolmente ci si rende conto che, in parte, sia giustificato il fatto che questi vini non siano per tutti; il prezzo d’acquisto troppo spesso criticato rappresenta lo spartiacque che divide il bevitore dall’amante appassionato, che fa della degustazione l’estremo piacere enologico. 

Lasciati senza parole dalla degustazione del La Tache ed ammaliati dal nostro interlocutore vero e proprio gentleman del vino, nonché estremo conoscitore del pinot noir, continuiamo il nostro percorso, quasi irreale, con l’assaggio del Romanèe-Conti 2012. Descrivere un capolavoro assoluto è impresa assai ardua ed ogni singola parola potrebbe essere riduttiva. Ci troviamo di fronte ad un’eccellenza mondiale a cominciare dal colore di un bel rosso rubino intenso ma non impenetrabile, limpido senza sbavature sull’unghia; inizialmente un po’ chiuso (quasi l’avessimo disturbato nel suo lento e dolce riposo), in brevi attimi rilascia profumi intensi ma delicati che iniziano ricordando la frutta rossa, virano dopo poco a sentori di piccoli frutti neri ed a seguire nuances di lievi tostature impreziosite da accenni di piccole spezie dolci. In bocca è qualcosa di indescrivibile! Ho avuto come la sensazione di aver bevuto il vero vino per la prima volta nella mia vita, un elisir di giovinezza con una pulizia in bocca veramente impressionante, accompagnato da tannini di pura seta e da una persistenza aromatica eterna. Rappresenta quello che potremmo definire il punto di non ritorno, ovvero superatolo, si resta come immersi in un oblio catartico di eterno appagamento tale da non desiderare il ripristino della realtà. La sensazione avuta, forse accentuata intimamente dall’emozione è stata di difficile comprensione per chi come noi l’ha potuta vivere. Una cosa è certa; al di là di aver raggiunto i vertici mondiali a livello gustativo, di sicuro ha avuto come conseguenza l’accrescimento del nostro spirito critico relativamente al livello medio dei vini, al punto che, bere o parlare con chi non ha dimestichezza o non ha provato (ahimè per lui!!) certe emozioni, sarà sempre più difficile.

Quello che mi emoziona di più e che sto stendendo questo mio memoriale seduto sul muretto di Romanèe-Conti e se alzo lo sguardo, in cerca d’ispirazione, oltre a godere finalmente del tepore del sole, vedo dinnanzi a me lo sterminato vigneto della Grand Rue della famiglia Lamarche e alla mia destra, in lontananza, oltre al lembo estremo del Richebourg, il glorioso Crox Parentoux dell’indimenticato Henry Jayer, uno dei padri putativi della Borgogna vinicola che conta.

Centelliniamo ogni sorso di Romanèe-Conti annata 2012 a tal punto che intimamente vorremmo che il vino non sparisse mai dal bicchiere e che miracolosamente riappaia come fosse una fonte inesauribile, ma purtroppo è impossibile e la magia scompare in breve tempo.

Staremmo molto volentieri, per ore ed ore, ad ascoltare monsieur de Villaine, che conversando, ad una mia specifica domanda mi conferma di aver degustato annate di Romanèe-Conti prima che venisse completamente trapiantato nel 1947 causa fillossera e le sensazioni gustative, con le radici a piede franco, assumono dei connotati e delle caratteristiche differenti dal vino prodotto oggigiorno. La stessa sensazione che, anche se in diversa misura, abbiamo potuto testare degustando nelle langhe il Barolo Otin Fiorin del compianto Cappellano, a piede franco. 

Purtroppo il dovere viene prima di tutto e ben presto il padrone di casa ci deve lasciare affidandoci alle sapienti mani dello chef de cave Bernard Noblet. Prima di abbandonarci, approfittiamo della sua grande disponibilità per strappargli alcune fotografie insieme, facendoci autografare nel contempo 3 cartoline acquistate il giorno prima all’Athenaeum raffiguranti il vigneto di Romanèe-Conti, che in seguito, saranno vergate anche dal buon Bernard. Ci raccomanda allo chef de cave dicendogli che noi, siamo gli italiani dotati di una smisurata passione per il vino e all’udire quelle parole mi sono sentito così orgoglioso e rispettato, tanto che, spesso, mi ritornano alla mente e fanno fatica ad andarsene, come se il ricordo fosse ancora lì, presente. Penso che avremo per sempre un fantastico ricordo ed un’altissima opinione di monsieur Aubert, un vero e proprio signore, dai modi garbati, dotato di grande competenza in materia e allo stesso tempo di una dialettica tale da lasciare all’interlocutore un certo alone di mistero che aleggia sulla qualità impressionante dell’intera gamma dei vini prodotti. Quello che comunque traspare in modo evidente è che nulla è lasciato al caso, che anche il più piccolo dettaglio non sia sottovalutato e che il rispetto per la natura sia alla base di tutto. Pur ritenendosi molto fortunato ad avere un terroir strepitoso che ne facilita la qualità, ci tiene a sottolineare che alla base di tutto è il lavoro rispettoso dell’uomo, quel traid-union imprescindibile che fa da collante tra la vigna e il prodotto finale.

Con nostra grande felicità, le degustazioni continuano. Ci trasferiamo in un’altra cantina, in compagnia dello chef de cave, col quale, lungo il tragitto intavoliamo un discorso di comparazione tra i diversi climats e terroirs francesi e italiani e le similitudini tra la Borgogna e le Langhe, che Noblet ha visitato alcuni anni fa. 

Bernard Noblet, collabora al domaine da 35 anni, prima di lui, il padre, che si è ritirato dall’attività a 84 anni. E’ un uomo corpulento, dall’andatura incerta probabilmente a causa di qualche malanno fisico. Di poche parole, professionale, molto equilibrato, allo stesso tempo semplice, diretto, con pochi fronzoli, ma dotato di estrema sensibilità olfattiva e gustativa. Pur non conoscendolo, traspare in lui quasi una vocazione a rivestire il ruolo che gli compete, in poche parole, il braccio destro che tutti vorrebbero, fedele, affidabile e votato interamente alla causa.

La cantina, costruita circa 300 anni fa, può contenere 300.000 bottiglie suddivise tra l’intera gamma di produzione. Ci accomodiamo in un’ampia sala di degustazione, dove, in un angolo, compare un cancello in ferro battuto delimitante quella che per definizione è detta “cave du tresor” ovvero la cella contenente la riserva famigliare dei proprietari del domaine. Ci avviciniamo e ai nostri occhi compaiono bottiglie datate 1911/1923/1925/1929/1952 etc… vere e proprie opere d’arte dal valore inestimabile, che qualcuno avrà la fortuna di poter degustare. Dal 1978, per ogni annata, i proprietari si tengono una scorta personale di almeno 50 bottiglie e all’interno di essa è custodita gelosamente la bottiglia più antica della proprietà, ovvero un Richebourg annata 1911. Conversando, lo chef ci dice che, in compagnia di Monsieur de Villaine, ha avuto il privilegio nel 2012 di degustarne una trovandola ancora estremamente viva; una bottiglia che è rimasta coricata per 100 anni, immobile al trascorrere del tempo e degli eventi e che stappata è come si fosse risvegliata da un lungo letargo mantenendo un’inalterata giovinezza. Per un attimo ho pensato ad un quadretto familiare e al fatto che deve essere una goduria, la domenica, scendere nella cella e pensare a che annata scegliere, magari accompagnandola ad un piatto adeguato di carne rossa, che so una costata fiorentina o ancora meglio selvaggina da pelo. 

Pur essendo di poche parole, lo chef de cave ci vuole sorprendere con tre degustazioni epiche, per certi versi a sorpresa, visto che lascia a noi l’arduo compito di indovinarne vino ed annata.

Si parte con un Grand-Echezeaux annata 1999, dal colore mediamente più carico, puro cavallo di razza, splendidamente profumato con sentori iniziali di frutta rossa che virano ai petali di rosa e a nuances finemente mentolate. In bocca si rivela estremamente giovane, fresco, giusta acidità e persistenza aromatica davvero lunga. E’ un vino che non tradisce e che ha davanti a sé tanta vita evolutiva, pur essendo bevibile da subito.

Ancora più entusiasmante è il secondo Grand-Echezeaux annata 1990, semplicemente grandioso. Profumi accesi di ciliegia marasca alternati a piccoli frutti neri, in bocca è sontuoso, fresco, armonico con una rotondità ed una finezza tannica che colpisce, equilibrato e con una mineralità che lo impreziosisce, per non parlare della persistenza aromatica estremamente lunga. Personalmente, per assurdo l’ho trovato ancora più giovanile del 1999 nonostante sia sostenuto da una struttura e da un corpo non indifferente. Ci stiamo imbattendo in vini che sbalordiscono per la loro estrema giovinezza nonostante si parli di annate che hanno sulle spalle dai 14 ai 23 anni e tra l’altro ti lasciano la netta sensazione che, se conservati in modo corretto, possano tranquillamente resistere per decenni. Come ultimo cadeau di una giornata che passerà alla storia nel nostro curriculum enologico, chef Bernard ci vuole stupire con un bianco. Avevo letto che da alcuni anni, il domaine si era assicurato alcuni terreni nella zona di Chassagne Montrachet, ma rimango depistato dal fatto che ci venga detto che ci sarà servito un Aligotè. Sono un po’ perplesso in quanto l’aligotè è un vino beverino che di norma viene utilizzato come aperitivo, però al cospetto di Romanèe-Conti, tutto è possibile.

Dal colore e dai primi sentori iniziali di mela cotogna, per virare quasi subito su nuances floreali, sembra impossibile che si tratti di un aligotè, ma solo in bocca la nostra supposizione si trasforma in certezza. Acidità perfetta, notevole struttura, pulizia, ricchezza aromatica, cremosità mai stucchevole e con una vena minerale che lo attraversa donandogli eleganza e finezza allo stesso tempo. No, non può essere un aligotè! E’ di sicuro un Chassagne Montrachet, ma veniamo smentiti.

Ancora meglio. Stiamo inconsapevolmente degustando un meraviglioso Batard Montrachet Grand Cru annata 2007, vino non in commercio ad esclusivo uso personale delle famiglie proprietarie del domaine. 

A livello personale, credo di aver bevuto il miglior bianco della mia vita che mi rafforza la convinzione che i bianchi della zona di Chassagne abbiano una marcia in più rispetto a quelli di Aloxe e di Chablis. 

Siamo all’epilogo di una visita perfetta, agognata da una vita e come sempre, volata via in breve tempo, ma con la consapevolezza di averla vissuta pienamente cercando di gustarne anche il più insignificante particolare. Ci sentiamo vivi, pervasi da una soddisfazione indescrivibile. Usciamo dalla cantina e ci riportiamo all’interno della corte, di fronte alla statua della vittoria alata che ci guarda e sembra quasi compiacersi della nostra impresa. Il tempo di salutare gli americani e più calorosamente lo chef de cave, che tiene in mano le ultime tre bottiglie degustate contenenti ancora qualche centilitro di prezioso vino e poi ci dirigiamo verso l’uscita. Per un istante ho come l’istinto di non chiudere il cancello di entrata perché in quel momento è come se rappresentasse un ideale stargate che ci ha dato la possibilità di visitare un mondo nuovo, fantastico e chiuderlo significherebbe ritornare alla realtà. Guardo negli occhi i miei compagni, tiro un sospiro di rassegnazione e poi….inevitabilmente chiudo. Paolo ed io ci abbracciamo e quel gesto che dice più di mille parole descrive il nostro stato d’animo. Dopo alcuni momenti di euforia pura, quasi adrenalinica mi assale una sensazione strana, ovvero, mi sento svuotato come un maratoneta dopo la linea del traguardo e mi pervade un senso di rilassamento totale. Allo stesso tempo mi preoccupo non poco in quanto ho la presunzione di pensare che dopo una visita e delle degustazioni del genere, gli altri produttori programmati non potranno essere all’altezza. Questo è Romanèe-Conti, è come una droga che ti ammalia, ti possiede per l’intera durata del suo effetto, per dirla alla Califano…..”tutto il resto è noia”.

Ritornare con i piedi per terra, dopo una visita del genere, diventa impresa ardua e sarebbe un errore madornale voler cercare a tutti i costi di fare paragoni con i vini che andremo a degustare nelle prossime visite. Faremo il possibile per non cadere nel tranello anche se il ricordo è talmente presente che di sicuro troveremo qualche difficoltà.

L’uscita del sole è un invito a nozze per ritornare sul luogo del delitto, ovvero ai piedi del muretto delimitante il vigneto di Romanèe-Conti per poter rifare le fotografie in autoscatto con una luce più consona e per avere il modo di vedere all’opera uno stupendo cavallo da tiro con aratro al seguito nelle sapienti mani di un prestante vigneron, intento a dissodare il terreno tra i filari. E’ tempo di rifocillarsi, anche se abbiamo ancora in bocca la persistenza aromatica dei vini appena degustati e ci piange il cuore dover provvedere al nostro fabbisogno fisiologico, ingurgitando cibo, necessario per il proseguo della giornata.

Nel primo pomeriggio ci attende la visita al domaine Clerget, il cui proprietario è un giovane produttore che a poco a poco si sta imponendo alla ribalta della critica con vini interessanti che coniugano la fedeltà alla tradizione con un pizzico di modernità che non tradisce il territorio. Ha colpito la nostra attenzione e ci ha spinti a concordare un incontro; tra l’altro e’ stato il primo dei produttori scelti a risponderci con molta cordialità e simpatia.


L'ospitale Madame Clerget

Ci troviamo a pochi chilometri da Vosne Romanèe e più esattamente a Vougeot, paesino agreste che ospita il simbolo della Borgogna, ovvero il Clos de Vougeot con il magnifico chateau che domina imponente, ben visibile dalla statale, sede della Confrière des chevaliers du tastevin, del quale, abbiamo ampiamente parlato nel memoriale del nostro primo viaggio del 2006.

Il domaine è ubicato nella via principale che taglia il paese in due e che divide idealmente la zona dei vins de village, da quella dei grands crus. Ad attenderci la moglie di monsieur Clerget, donna affascinante, gentile nei modi ed attenta a mettere in risalto l’opera del marito in ogni sua asserzione. Rappresentano la IV° generazione di vignerons del domaine, con orgoglio, passione e tanta tanta fatica. La figlia maggiore, attualmente è all’estero, in Nuova Zelanda, a fare esperienza in un’azienda vinicola.

La cave Clerget

La sala degustazione

I vini prodotti si possono sintetizzare in:

Chambolle Musigny village

Chambolle Musigny 1° cru « Les Charmes »

Petit Vougeot 1° cru

Echezeaux Grand Cru

Pragmatica e a tratti un po’ sbrigativa, ci fa visitare l’ambiente adibito alla fermentazione sottolineandoci di effettuare coltivazione biologica con esclusione di pesticidi, fermentazioni a temperatura controllata indotta con lieviti naturali e malolattica ad induzione spontanea. Estrema attenzione all’estrazione dei polifenoli e controllo dei tannini, rimontaggi con rottura del cappello in fase fermentativa. Affinamento in botti di rovere con periodi che variano dai 18 ai 22/24 mesi a secondo delle annate e dei vini prodotti. In breve tempo ci ritroviamo in un ampio locale adibito a stoccaggio bottiglie, con un angolo attrezzato per le degustazioni. L’annata è il 2010 e partiamo con il Chambolle village, vino base del domaine, dal colore rubino scarico, dai sentori essenzialmente di frutta rossa matura ed in bocca beverino con accenni a note dolciastre abbastanza piacevoli. Per preparare la bocca direi che va bene, ma puntiamo decisamente a qualcosa di più importante. Isabelle, che comprende le nostre aspirazioni, ci offre lo Chambolle Musigny 1° cru, il vino che intimamente preferisce e assaggiandolo capiamo il perché. Rosso rubino mediamente carico, è quello che potremo dire un’esplosione di ciliegia appena matura ed in bocca è estremamente delicato, con una finezza che ne esalta specifici tratti femminili. E’ dolcemente coinvolgente, quasi carezzevole con un finale lungo ma non lunghissimo.

Sono attratto dal Petit Vougeot 1° cru, perché credo che possa avere maggior struttura e non mi sbaglio. Il colore mi pare un po’ più importante, al naso oltre alla classica frutta rossa, avverto accenni floreali di violetta per virare al sottobosco; in bocca è fresco, leggermente sapido e con una buona persistenza aromatica. Tannino ancora un po’ ruvido, ma l’annata non può smentirlo, note vegetali quasi in sfumatura. Un buon vino.

Madame Isabelle ci dice che il Petit Vougeot e lo Chambolle Musigny 1° cru, sono due vigneti praticamente contigui ma diversissimi tra loro nel terroir. Il primo è lambito da un ruscello che mantiene umido il suolo, abbastanza profondo e poco drenante. Ne conseguono vini abbastanza potenti, ricchi nel colore e con una certa opulenza. Al contrario, il “Les Charmes” è dotato di un terreno poco profondo, più sassoso e ricco di calcare molto drenante, dove la pianta per certi versi va in sofferenza, con la conseguenza di poter ottenere vini decisamente più fini, minerali e dai tratti delicati.

Ultimo campione di razza servitoci è l’Echezeaux Grand Cru, una piccolissima parcella, con viti piantate nel 1945 ed a nostro avviso il vino di punta del domaine. Rosso rubino concentrato, dotato di una componente aromatica complessa, dal lampone al ribes, alla ciliegia marasca, per passare alla rosa canina, con sfumature speziate ed accenni vegetali variegati. In bocca è austero, caldo, ci senti l’alcool, equilibrato con buona acidità e tannini ben amalgamati. Finale lungo ed elegante. E’ un vino che mi è decisamente piaciuto. Peccato che la visita non abbia avuto gli stessi contorni romantici della mattinata ma dobbiamo riconoscere che i Clerget hanno un buon talento ed i vini degustati sono stati di nostro gradimento. Non ci esimiamo da farne incetta anche perché per essere in Borgogna, il rapporto qualità/prezzo è decisamente buono.

Soddisfatti, dedichiamo il resto della giornata per rivedere il già citato Clos de Vougeot e per tentare di percorrere un tour circolare che da Chambolle Musigny sale lungo la Route de Vergy, piccolo sentiero sopra le vigne da dove si può ammirare una vista molto caratteristica su Chambolle. Oltre il vigneto Musigny, si guarda dall’alto lo Chateau Clos de Vougeot con una vista magnifica sul castello e sulle vigne di Vougeot e di Vosne Romanèe. Riusciamo nel nostro intento anche se ci vediamo costretti a percorrere un tratto del citato sentiero a piedi, in parte depistati da una segnaletica un po’ controversa. 

La giornata è trascorsa serenamente e in armonia. Colgo un senso di quiete, di pace interiore e cerco di respirare a pieni polmoni l’aria borgognona ed ho la sensazione che mi avvolga completamente, rilasciandomi una tranquillità che non avvertivo da tempo. E’ un effetto decisamente benefico, una sorta di totale smaltimento delle tossine accumulate nella generale routine quotidiana. Torniamo in hotel e durante il tragitto è inevitabile ripensare a quanto accaduto durante questo indimenticabile 22 aprile e non possiamo fare a meno di conversare, dibattere, sentenziare e trarre conclusioni che rappresentano ossigeno puro per la nostra passione, fonte inesauribile di momenti di felicità.

La sera, ceniamo al “Restaurant le Pommard” a Pommard, a pochi chilometri dall’hotel; un ristorante di charme, con una carte estremamente valida e a prezzi onesti. Durante la serata ci addentriamo su quello che sarà il programma della giornata successiva che ci vedrà ancora una volta protagonisti con due visite di sicuro pregio nei territori di Gevrey-Chambertin e di Morey Saint Denis. 

Gevrey-Chambertin ha la particolarità di occupare i siti vinicoli più antichi della regione; recentemente è stato ritrovato il resto di un vigneto risalente al I° secolo d.C., consolidando così le ipotesi che furono i Romani a piantare le vigne in questo territorio. E’ senza dubbio un territorio molto importante perché racchiude 26 Premier cru ed il maggior numero di Grand Cru di tutta la regione, ben 9. Al nome originale del paese (Gevrey), in epoca moderna è stato aggiunto il termine Chambertin derivante da Champ du Bertin, ovvero l’appezzamento del vigneto più antico ed importante della zona appartenuto ad un certo signor Bertin. I vini di Gevrey-Chambertin sono tra i più rinomati e ricercati di tutta la Borgogna, dotati di complessità aromatica, di grande struttura e di capacità di invecchiamento a volte sbalorditiva. A Gevrey troviamo alcuni tra i migliori produttori di tutta la Cote de Nuits; su tutti spiccano Claude Dugat e Bernard Dugat-Py due veri e propri mostri sacri che producono bottiglie di pregio e che hanno i loro cavalli di battaglia nello Chapelle-Chambertin Grand Cru il primo e nel Mazis-Chambertin Grand Cru il secondo.


Tra gli altri, da non sottovalutare, monsieur Geoffroy titolare del domaine Harmand-Geoffroy che ci attende alle 9,30 per una visita molto interessante. L’abbiamo intercettato in quanto ci aveva colpito un suo viaggio in Piemonte a degustare Nebbiolo e il suo pensiero riguardante il vitigno, definendolo uno dei più grandi al mondo, ci ha soddisfatto e inorgoglito, e se ancora se ce ne fosse bisogno, ha rafforzato in noi la consapevolezza che il Barolo sia, in Italia, il re dei vini.

Entrata del Domaine H.
Geoffroy

Puntuali, come sempre, in una bella giornata di sole, parcheggiamo all’interno dell’azienda la nostra autovettura e su indicazione della moglie attendiamo il Geoffroy in una piccola sala d’attesa tipicamente infoltita di quadri raffiguranti innumerevoli medaglie e riconoscimenti ai vini del domaine. Pochi attimi e il vigneron ci raggiunge in abiti da lavoro, occhiali e un bel paio di baffi decisamente curati. Alcuni consueti convenevoli, dopodiché usciamo e ci dirigiamo in cantina, il tempo di aprire con una chiave una botola a filo pavimento e percorsi una serie di scalini sotterranei siamo all’interno del locale a noi più congegnale. La cave è interamente di tufo annerito ed il proprietario ha difficoltà a precisarci l’età della cantina, presumibilmente non meno di 500 anni. Un tavolo rotondo ed una serie di bottiglie non etichettate in bella mostra, pronte per essere degustate. Tiene a precisare che la parola d’ordine al suo domaine è: “tradizione”. La sua azienda è paragonabile al classico domaine borgognone, con tanti piccoli vigneti, tutti nel villaggio di Gevrey-Chambertin che non superano mai l’ettaro. Ci dice che il suo cru più grande misura 0,7 ettari. La vinificazione del suo pinot noir avviene rigidamente in modo tradizionale, con diraspatura, macerazione a freddo per 5/6 giorni e macerazioni che in fermentazione durano dalle 2 alle 3 settimane a seconda dell’annata. I suoi vini devono rispecchiare in modo assoluto e fedele la tipicità del terroir di Gevrey-Chambertin. Gli assaggi confermeranno la veridicità di quanto asserito da monsieur Geoffroy. 

Come dicono loro, “pour faire la bouche”, iniziamo con lo Gevrey-Chambertin base, ovvero un rosso borgognone molto tradizionale di discreta consistenza, il naso offre sentori di ciliegia, al palato è come sussurrato ma comunque di buona beva e personalità. Per fare la bocca può andar bene, ma passiamo oltre con l’assaggio del Gevrey-Chambertin 1° cru La Boussiere nelle annate 2009 e 2010; vino Monopole proveniente da un vigneto che può considerarsi il più alto di tutta la Cote de Nuits nella valle di Le Combe Lavaux, che si presenta con un carattere ben definito. Al naso si avvertono sentori di ciliegia marasca e fragolina di bosco che virano, in seguito, in lievi speziature, in bocca è rotondo, tannino sapientemente dosato e persistenza aromatica abbastanza lunga, minerale e non poco. Difficile dare diverse interpretazioni tra le due annate, forse ho trovato il 2009 un po’ più intrigante con un tannino più morbido. 

Passiamo oltre, al Gevrey-Chambertin 1°er cru Lavaux St. Jacques annata 2008, ricavato da 6 differenti parcelle situate sempre nella Combe Lavaux che danno vita ad un vino di spessore. Al naso è un po’ più aperto rispetto agli altri, energico e profondo, fresco e con aromi di frutta rossa matura e molto minerale. Un vino che mi ha convinto più degli altri e mi ha lasciato la netta sensazione che con gli anni acquisirà maggiore complessità esprimendo al meglio quei profumi terziari che allo stato attuale un po’ latitano.

A questo punto chiediamo gentilmente l’assaggio dell’unico grand cru prodotto nel domaine, ovvero il Mazis Chambertin, ma non ci sono bottiglie aperte ed in un primo momento ci viene negato l’assaggio. Monsieur Geoffroy, ha mostrato in certi frangenti una certa diffidenza nei nostri confronti, tipica di molti vignerons francesi, ma l’approfondimento di alcuni tematiche, il confronto con i terroirs italiani e soprattutto l’uscita dal cappello magico di Paolo di una bottiglia di Barolo Riserva portata dall’Italia, hanno miracolosamente dato accesso al top delle degustazioni del domaine: Mazis-Chambertin annata 2008.

Questo vino rappresenta la tipicità del territorio di Gevrey, è uno spot pubblicitario naturale senza confronti!! Il vigneto, è una parcella dei 9 ettari totali ancora recintati da un clos costruito nell’antichità dai monaci cistercensi ed è confinante con il leggendario Clos de Bèze. Ci viene detto che è prevalente il calcare sormontato da detriti alluvionali, poco profondo con spessore che va da 1,5 metri nella parte più bassa sino a 10 cm in quella alta. Attualmente l’intero vigneto è suddiviso in 17 proprietari e monsieur Geoffroy ne possiede 6 parcelle per c.ca 0,73 ettari. 

E’ un vino complesso che, una volta apertosi nel bicchiere esprime un ventaglio aromatico che parte dalla ciliegia, alla violetta di campo, al mirtillo e alla liquirizia, con note di pepe nero e cuoio. In bocca è maestoso, completo e l’assaggio ti lascia soddisfatto, senza sbavature con rimandi finali di cioccolata. Data la giovane età ed essendo un grand cru ha ancora un tannino, seppur levigato, fitto e leggermente allappante, sinonimo che ha davanti tanti e tanti anni ancora di affinamento in bottiglia per trovare la giusta maturazione e quell’equilibrio che lo renderà perfetto. Il finale, ti lascia una sensazione di freschezza ed una persistenza molto lunga. 

La visita a Gevrey è stata molto utile, in quanto, pur con vitigni diversi, ho trovato moltissime similitudini tra lo Chambertin ed il Barolo langarolo. Di tutti i vini di Borgogna, penso che quelli di Gevrey siano i più strutturati, con un’estrazione di colore più presente e con una maggiore longevità. Sono austeri, decisi, vibranti e di contro diventa difficile trovarci la finezza che appartiene a vini di Chambolle. Per sintetizzare, lo Gevrey è maschio, lo Chambolle è femmina.

La Cave H. Geoffroy

Bottiglie Vintage

Con Monsieur Harmand

Salutiamo cordialmente il vigneron e ne approfittiamo, nel resto della mattinata, per visitare i vigneti che lungo la statale D974 ci erano apparsi in lontananza in tutta la loro bellezza ed imponenza. Siamo alla ricerca di quello più famoso per antonomasia, ovvero il Clos de Bèze, sin dalle origini (650 d.C.) di proprietà dei monaci dell’Abbazia di Bèze, ai giorni nostri parcellizzato in una quindicina di proprietari. E’ facilmente raggiungibile in quanto all’interno di esso c’è una piccola costruzione in mattoni riportante la scritta dell’omonimo vigneto, costruzione che suo malgrado è diventata un cult, appositamente immortalata su ogni libro o rivista che conta per identificare il vigneto più rappresentativo. Il Clos de Bèze è posto tra lo Chambertin alla sua sinistra ed il Mazis –Chambertin alla sua destra. Oltre il Mazis, il piccolo appezzamento del Ruchottes-Chambertin che arriva al limitare di un bosco facente parte di un parco naturale, proprio alle spalle dei vigneti. E’ sulla sommità dei vigneti che ci fermiamo alcuni istanti ad ammirare il paesaggio sconfinato, con il sole che ci scalda e con una lieve brezza che ci rinfresca il viso. L’aria è tersa e ci senti dentro l’odore della terra e dell’erba. E’ una piacevole sensazione.

Il vigneto Clos de Beze

Abbiamo la mente al primo pomeriggio e alla visita che ci attende in una zona che durante il primo viaggio del 2006 avevamo trascurato, ma che, per fortuna, si rivelerà una scelta azzeccata. Sto parlando del territorio di Morey-Saint-Denis, in pratica il paese dopo Gevrey in direzione Beaune che, nonostante la vicinanza, ha dei terroirs differenti e produce vini con diverse caratteristiche. Morey-Saint-Denis si trova esattamente in mezzo, tra Chambolle e Gevrey e qualcuno asserisce che i vini prodotti siano in equilibrio su una lama sottile che a volte li fa pendere verso la potenza di quelli di Gevrey ed in altre verso l’affascinante finezza di quelli di Chambolle. Questo continuo paragone, ha nel tempo rischiato di oscurare la vera tipicità dei suoi vini che, relativamente ai grands crus, hanno specificità e sfumature uniche. 

Eccellono per fama e qualità due produttori su tutti, ovvero Clos de Tart e Clos des Lambrays; tanto per capirci il primo produce l’omonimo vino che in Italia può essere acquistato ad un prezzo non inferiore ai 250 euro (posseggo una bottiglia del 2008 che custodisco gelosamente nella mia cantinetta refrigerante e, dato il prezzo, dovrà essere aperta in un’occasione più che speciale). Venuti a conoscenza che il domaine Clos de Tart, a detta degli esperti ha le cantine più belle e caratteristiche di tutta la Borgogna, abbiamo tentato un approccio via internet, ma senza fortuna, pur sapendo che le visite siano esclusivamente appannaggio dei professionisti del settore. Poco male, ci siamo andati ugualmente, fotografando il caratteristico esterno. Clos des Lambrays è la proprietà confinante con Clos de Tart e tra i due ci sono alterne correnti di pensiero su chi produca i migliori vini. 

Come si suol dire, tra i due litiganti il terzo gode, ragion per cui, in sede di preparazione abbiamo deciso di chiedere appuntamento ad un altro baluardo di Morey e forse dell’intera Borgogna, ovvero il domaine Louis Remy diretto superbamente da madame Chantal, definita dai critici del settore come “Madame Bourgogne”. 

Entrata del Domaine Louis Remy

Siamo nel cuore del paesino di Morey-Saint-Denis. Nella piazza principale, poco scostata si erge la villa, dimora del domaine che spicca in tutta la sua bellezza un po’ retrò. Ad accoglierci madame Chantal ed il figlio. Veniamo subito sorpresi da una squisita ospitalità e da un savoir-faire fuori dal comune. In un primo momento siamo affidati al figlio Florian, che, iniziando a parlarci della storia del domaine, ci accompagna attraverso ad un ombroso parco disseminato di rose, verso l’ultimo vigneto nato da alcuni anni e denominato Clos des Rosiers; in poche parole, un vero e proprio giardino di casa, un monopole di non più di un terzo di ettaro, posizionato accanto al confinante e più rinomato Clos des Lambrays, in attesa della tanta agognata assegnazione, da parte delle autorità enologiche, dell’appellativo di premier cru. Nonostante la giovane età, Florian si dimostra preparato e professionale, palesando un attaccamento alla terra ed al proprio lavoro davvero encomiabile. Continuiamo la visita andando a visitare la cantina, costruita nel 1650 e divenuta proprietà della famiglia Remy nel 1820. E’ caratteristica e di sicuro fascino, essenzialmente sviluppata su due piani sotterranei a temperatura costante di c.ca 12°gradi. Nel secondo piano sotterraneo sono custodite le bottiglie vintage del domaine, tra le altre ne notiamo alcune datate 1938 che rappresentano l’annata più antica conservata nella cave. Ci viene detto, che purtroppo, durante la seconda guerra mondiale, i nazisti fecero razzia in Borgogna facendo incetta di numerose bottiglie e quelle dell’annata 1938 sono state salvate fortunosamente. 

Usciamo dalla cantina e ci dirigiamo nella sala degustazione dove ci aspetta amabilmente madame Chantal, estremamente cordiale, affascinante ed aggraziata che, per taluni versi, rappresenta una donna di un’altra epoca. Abbiamo la sensazione che il tempo si sia fermato facendoci tornare al XIX° secolo ripercorrendo idealmente i fasti dei rinomati vini borgognoni assaporati alle corti reali europee. Donna carismatica che riesce a trasmetterci la magia ed il fascino di questa terra in ogni suo periodo dell’anno e mentalmente cerco di idealizzarla in un quadro di Renoir, in una mattina autunnale tra i filari del suo vigneto di punta, il Clos de la Roche


Ci sediamo ed iniziamo a conversare, un po’in francese ed un po’ in italiano, visto che la madame è innamorata del nostro paese che ha visitato più di una volta, sia a livello turistico, sia a livello enologico, cercando di impararne la lingua. 

Ci ha sottolineato, più di ogni altro produttore che la parola d’ordine nel domaine è :”tradizione”. La tradizione è indispensabile per poter dar vita ad un vino che vada al di là dei momenti, delle mode, delle influenze delle guide, un vino che possa essere lo specchio fedele del territorio e che non tradisca mai. Rispettosa della natura con utilizzo di agricoltura biologica, lunghe fermentazioni ed affinamenti che vanno ben oltre le medie regionali. Testarda al punto di non dover per forza uscire sul mercato con un prodotto che non ritenga essere pronto, a discapito di guadagni immediati, ma pregiudizievoli della continuità qualitativa e del buon nome del domaine che nel corso dei decenni, a cominciare dal padre Louis hanno saputo onorare e tramandare. Per questo, le degustazioni che ci accingiamo ad iniziare rappresenteranno, a livello personale, uno dei ricordi più belli di questa avventura.

I vini che degusteremo, in sequenza sono:

Morey-Saint-Denis village

Chambolle Musigny Vieilles Vignes

Clos de la Roche (direttamente dalla barrique)

Relativamente ai vins de village, siamo un po’ prevenuti perché di norma, di qualità decisamente inferiore ai premiers crus ed ai grands crus; devo dire che il Morey-Saint-Denis annata 2000 di Chantal Remy ci ha positivamente sorpresi, sia per la bevibilità di un vino che, nonostante i 13 anni alle spalle si dimostra decisamente giovane, sia perché esprime una pulizia ed una finezza che, non l’avessimo saputo, avremmo paragonato ad un premier cru. Notiamo, da subito, la sapiente mano del vigneron che partendo dalla vigna ha saputo donarci un prodotto meritevole. 

L’assaggio successivo ci ha di nuovo colpiti; stiamo parlando del Chambolle-Musigny Vieilles Vignes annata 2000 , prodotto da un vigneto con viti di c.ca 70 anni, terreno calcareo, poco profondo e drenante, che si presenta di un colore rosso rubino poco concentrato ed intrigante nei profumi estremamente fini. Avvertiamo piccoli frutti di bosco, note di cioccolato e nuances di tabacco dolce. In bocca è morbido, ma carnoso allo stesso tempo con una piacevole freschezza ed una persistenza aromatica decisamente lunga. Quello che sorprende, anche in questo vino, è la sua giovinezza, tanto che bevendolo ti da la certezza che possa andare avanti ancora per lungo tempo e la caratteristica principale del vino Chambolle, ovvero la finezza, viene avvertita più che in altri vini.

Ultimo, ma non ultimo, il piatto forte del domaine, il Clos de la Roche, che, riusciamo a degustare non dalla bottiglia ma direttamente dalla botte. Per capirci siamo al cospetto del più celebre dei Grands Crus di Morey-Saint-Denis dal quale, proseguendo qualche centinaia di metri, si giunge nel comune di Gevrey-Chambertin. Nonostante sia ancora in botte e quindi non ancora affinato in bottiglia e ancor più, non commercializzato, questo vino, annata 2011, è ammaliante e rappresenta chiari connotati femminili e per certi versi è decisamente sensuale. Sentori di fragoline di bosco e di lampone che si fondono con note di cioccolato e di stecca di vaniglia; in bocca prevale l’eleganza ed un tannino che pur scalpitando appare decisamente morbido ed il finale è talmente persistente da non dimenticarsi facilmente. 

Ancora una volta, una visita di sicuro pregio, nella quale ci siamo sentiti accolti veramente con molto calore e con un’ospitalità difficilmente ripetibile a queste latitudini, tra l’altro, Chantal ed il figlio sono stati un’ottima compagnia, visto che hanno condiviso le degustazioni bevendo anche loro e confrontandosi spesso in relazione ai diversi terroirs e vini italiani. E’ una donna aperta alla sperimentazione, ad allargare i propri orizzonti enologici cercando costantemente l’accrescimento personale, pur avendo già alle spalle un bagaglio di esperienze invidiabili. L’appellativo di Madame Bourgogne sembra le calzi a pennello in quanto ha rappresentato, durante la nostra visita, tutte le caratteristiche principali di questo magnifico territorio.

Interno Cave Louis Remy

parte delle degustazioni

Possiamo dire di poter ripartire con grande soddisfazione, sia per la qualità indiscussa dei vini degustati, sia per l’atmosfera e la giovialità dei nostri interlocutori. 

Il programma prosegue con la visita dello Chateau Brochon, bellissimo castello, presumo del XVIII° secolo, che purtroppo, verso le 16.30 è chiuso. Possiamo mirarne la bellezza solo dall’esterno, il tempo per qualche fotografia per ripartire subito dopo con destinazione Aloxe Corton. E’ dal 2006 che a Mario è rimasto ben impresso nella mente l’Aloxe Corton Charlemagne dello Chateau Andrè, degustato in un pomeriggio assolato in compagnia di una seducente madame, ma che, per via del prezzo (se non ricordo male 60 euro) non era stato acquistato. 

In questi anni, anche lo zio, enologicamente è cresciuto molto e spesso, durante il nostro incontro mensile di degustazione, ricorda il rimpianto di non averne acquistato una bottiglia. Il prezzo è decisamente aumentato (79 euro), ma la voglia di degustarlo nuovamente e possibilmente di acquistarlo non è mai svanita. 

Rivedere dalla D974 i tetti spioventi dello Chateau Andrè, ricoperti dalle caratteristiche mattonelle colorate, che, in questo pomeriggio con un bel sole riflettono colori meravigliosi è come un tuffo al cuore, al ricordo che, sbiadito, lentamente si ravviva e ci riporta inesorabilmente al primo viaggio, oramai diventato epico. 

Il tempo pare si sia è fermato, è rimasto tutto come allora, l’unica differenza è la seguente: mentre nel 2006 nella sala degustazione c’eravamo solo noi, oggi 2013, la stessa è invasa da una compagnia di russi, i nuovi ricchi, che fanno incetta di bottiglie pur capendocene poco, visto i loro sguardi un po’ confusi ed incerti. 

L’Aloxe Corton Charlemagne è sempre un gran vino, anche se, personalmente parlando, dopo aver girato tutta la Francia enologica ed aver degustato i bianchi Alsaziani, quelli della Cote du Rhone, della Languedoc Roussillon e della Loira, devo ammettere di averlo trovato meno entusiasmante della prima volta. E’ comunque un ottimo vino e lo zio, con orgoglio ne compra un paio di bottiglie. 

Cave Chateau Andrè

Il resto della giornata è all’insegna del buon umore e, ormai a tarda sera, ci prepariamo a rinverdire i fasti del passato, non dirigendoci ad un ristorante tipico, ma facendo una doverosa capatina alla mitica catena Buffalo Grill, dove si preannuncia una gustosa cena a base di entrecote da 250 grammi, patatine fritte, salse varie e birra fresca. 

Riflettendo su quanto sperimentato in questo 23 aprile, possiamo trarne solo lati estremamente positivi. Abbiamo degustato vini profondamente radicati al territorio, con caratteristiche molto differenti, passando dalla potenza e dall’austerità espressiva e gustativa dei vini di Gevrey, alla finezza ed eleganza dei vini di Morey. I produttori visitati resteranno sicuramente un bellissimo ricordo, ma soprattutto ci hanno aiutato a colmare alcune lacune tecniche e pratiche su alcuni dei vini più caratteristici della favolosa Cote de Nuits.

Con la mente, siamo già proiettati alla giornata seguente che ci vedrà impegnati in degustazioni di grandi vini bianchi con una reminescenza sul finale di giornata, non in preventivo, ma di sicuro molto azzeccata

Nella mattinata del 24 aprile, ci attendono 140 km di viaggio in direzione nord-ovest con destinazione Chablis. Si parla di una zona viticola coltivata unicamente a Chardonnay e si presenta quasi come un’isola di vigneti sterminati; siamo a poco meno di 100 km. da Parigi. Da sempre gli Chablis sono vini bianchi secchi tra i più adulati al mondo, pensare che a fine ‘800 ci fossero ben 50.000 ettari coltivati è qualcosa di inimmaginabile. Per anni, lo Chablis ha rappresentato uno dei vini bianchi più cari e ricercati al mondo e la sua fama ha resistito per decenni. Oggi gli ettari si sono ridotti a 3.000, in una terra in cui far crescere la vite non è semplice. Per alcuni versi, ci sono molte similitudini con la Champagne, dove il clima difficile a latitudini estreme alimenta l’eroicità di molti vignerons che, a discapito di ciò, producono vini eccelsi. In queste zone il gelo è il nemico numero uno ed in molte occasioni ha distrutto interi raccolti. Il boom internazionale del settore del vino iniziato a cavallo degli anni 70/80 ha portato anche in questi territori la conseguenza principale di una parziale attenuazione del disciplinare, agevolando troppo spesso per favorire il cambiamento dei gusti, la presenza massiccia dell’uso del legno. Presenza che ha alterato i vini, spostando l’unicità del gusto metallico e di selce versi note estremamente burrose e grasse. Tutto ciò ha generato il pericolo di imbattersi in vini diversi e deludenti rispetto alla loro origine. Per questo, fedeli alla tradizione, abbiamo ricercato un produttore che utilizzasse per l’affinamento esclusivamente tini d’acciaio e che potesse rappresentare la tipicità del territorio. Al caso nostro, ha risposto cordialmente il domaine Louis Michel et fils che in una bella, ma fresca, giornata di sole ci ha accolto per una serie di degustazioni.

Chablis è un paesino, che visitato nelle sue viuzze caratteristiche, ci ha dato l’impressione di essere una piccola Montecarlo, dato che abbiamo contato numerosi sportelli bancari, segno che qui, il denaro sia ben radicato. Le origini sono di sicuro medioevali visto che l’accesso alla parte vecchia è caratterizzato da una porta con due piccoli bastioni.

L'entrata di -Chablis

Il tempo di sgranchirci le gambe e poi ci dirigiamo senza indugio all’appuntamento. La visita si è dimostrata da subito la meno romantica in assoluto, visto che la graziosa fanciulla che ci ha accolto, ha esternato tutta la sua verve commerciale invitandoci immediatamente a iniziare le degustazioni, per poi procedere all’acquisto. Evitiamo di farci la bocca con un petit Chablis, più consono come aperitivo, ma incalziamo la dame con l’assaggio dei premiers crus e dei grands crus. Un fiumiciattolo denominato Serein, affluente del più rinomato Yonne, attraversa il paesino di Chablis dividendo le aree coltivate in rive droite e rive gauche, con terroirs completamente differenti. La rive droite è caratterizzata da terreni argillosi e conferisce ai vini un’immediata bevibilità accompagnata da minor struttura e complessità; la rive gauche, per intenderci quella dei Grands Crus è formata da terreni con predominanza calcaree denominato Kimmeridgian (già trovato nella Loira zona Sancerre) che dona ai vini maggior struttura, complessità aromatica, maggior opulenza e longevità; vini che hanno bisogno di maturare diversi anni in bottiglia per elaborare le particolari note minerali che li rendono diversi da tutti gli altri vini base Chardonnay dell’intera Borgogna.


Si parte con lo Chablis premier cru Butteaux, dal colore paglierino con riflessi verdognoli sull’unghia, ancora giovane, un po’ chiuso, ma dotato di intensi profumi agrumati, buona acidità, bevibile nell’immediato con un retrogusto sapido e con una mineralità che lo contraddistingue. Andiamo oltre con la degustazione dello Chablis premier cru Monte de Tonnerre che si presenta con un colore che non si discosta più di tanto dal precedente e che al naso evidenzia sentori agrumati più accesi che passano dalla scorza di limone al pompelmo, un vino di medio corpo ed in presenza anche qui di sentori marini e di un gusto metallico leggermente più accentuato, sigillo di garanzia di qualità di questo Chablis. Vedrei molto bene questi vini in accostamento a piatti a base di pesce, non troppo elaborato, in assenza di salse e di pomodoro o comunque di alimenti a base acida.

Sono onesto, sono venuto qui perché intendo acquistare solo grand cru e finalmente vengo accontentato con l’assaggio dello Chablis Grand Cru Vaudèsir. Questo è un vino che mi soddisfa di più, a cominciare dal colore giallo paglierino leggermente carico, dai profumi che oltre alle note agrumate di scorza di limone e di mela verde, virano in sentori di piccoli fiori bianchi di campo e sul finale in lievi note di miele selvatico, con una mineralità indiscutibile, con una giusta acidità e freschezza e con una persistenza aromatica abbastanza lunga. Preparando il viaggio ricordo di aver letto che, lo Chablis più ricercato fosse il Grand Cru Le Clos che il domaine non aveva da farci assaggiare, ma aveva in vendita e con un doveroso atto di fede l’abbiamo acquistato per la gioia dei nostri palati (speriamo). 

Concludendo, ci siamo decisamente imbattuti in vini molto caratteristici e con peculiarità completamente differenti dagli altri vini prodotti con lo stesso vitigno. Penso che la loro fama, scemata un po’ nel tempo, sia comunque resistita per via della loro unicità, riferita ovviamente a quelli degustati e prodotti ancora secondo la tradizione secolare. 

Vigneti a Chablis

Il poco tempo rimastoci, prima di ripartire con destinazione Chassagne Montrachet, lo utilizziamo per percorrere la strada panoramica di 7,5 km che collega Chablis al piccolo villaggio di Prehy che si dimostrerà veramente incantevole. 

Si apre ai nostri occhi un paesaggio dolcemente ondulato coltivato a perdita d’occhio, con scenari stupendi simili a quelli visti in Champagne e che, a livello visivo, ci hanno lasciato uno dei più bei ricordi di tutta la spedizione. Col senno di poi, c’è un po’ di rammarico per aver liquidato la pratica Chablis nell’arco di poche ore; siamo sicuri che la zona doveva essere oggetto di maggior considerazione a livello territoriale e possibilmente con la visita di un altro produttore.

Poco male, intanto ci siamo stati e siamo rimasti soddisfatti.

Mentre percorrevamo la strada che ci allontanava da Chablis, molto caratteristica in quanto caratterizzata da un lunghissimo rettilineo a saliscendi, stile montagne russe, la nostra mente si concentrava sul prossimo appuntamento fissato a Chassagne Montrachet, zona di produzione, a detta di molti, dei bianchi secchi più pregiati al mondo.

Nel 2006, ricordo che iniziammo le degustazioni con l’incontro a Chassagne Montrachet del vigneron Duperrier Adam, proprietario di pochi ettari di terreno, ma capace di dar vita a vini di qualità. Su tutti, il suo Chassagne Montrachet premier cru “Les Caillerets”, che mi aveva impressionato in fase degustativa e ancor di più un paio d’anni più tardi, stappando una bottiglia in occasione di una cena con amici, per certi versi pentendomene, perché ne avevo intuito, troppo tardi, le potenzialità di invecchiamento. Sono completamente affascinato dai vini provenienti da questo territorio, ancor di più dopo aver assaggiato il Batard-Montrachet di Romanèe-Conti che, a costo di ripetermi, ha rappresentato il miglior bianco che abbia bevuto in vita mia. Ricordo ancora, con nostalgia e piacere allo stesso tempo di aver toccato con mano la terra dei vigneti del Duperrier che ne tesseva le lodi, una terra grassa e possente capace di dar vita a vini di pregio. L’osservavo e dietro il viso solcato da rughe profonde come canions, coglievo la fierezza e l’orgoglio di ogni vigneron borgognone. Per alcuni attimi avrei voluto essere al suo posto, artefice delle creazioni di vere e proprie opere d’arte. Che invidia!!

Intimamente, Chassagne ha il potere inconscio di sedurmi a tal punto che la visita che ci apprestavamo ad effettuare al domaine Marc Morey et fils rappresentava la ciliegina sulla torta di questo viaggio ricco di esperienze gustative davvero uniche e forse irripetibili. Ho la pretesa di pensare che tra tutti vini bianchi bevuti in Italia ed in Francia, quello di Chassagne rappresenti il vertice assoluto, ma di sicuro predomina il gusto personale, differente da quello dei miei compagni orientati più ad Aloxe ( Mario) o a Chablis (Paolo). Il mondo è bello anche per questo. 

Cave Marc Morey et Fils
Degustazione da Marc Morey et Fils

La visita al domaine mi preoccupava un po’, in quanto sin da principio avevo intrattenuto rapporti mail con l’agente dell’azienda che, in qualche occasione mi aveva contattato telefonicamente perché in cuor suo pensava fossi un probabile importatore, un ristoratore e comunque un professionista del settore. In ogni occasione di contatto avevo specificato la nostra posizione di appassionati, unicamente bisognosi di visitare l’azienda, coglierne la storicità, le tecniche di vinificazione, i pregi del territorio, poter fare qualche degustazione acquistando alcune bottiglie ad uso personale. Pur avendo specificato la nostra situazione mi rimaneva il dubbio che non avesse capito. Arriviamo a Chassagne in anticipo e senza esitare suoniamo al campanello in attesa dell’arrivo di qualcuno. Ci apre la figlia dei Morey, vestita in abiti da lavoro che ci prega di volerla attendere. Iniziamo molto amichevolmente a scambiare i primi convenevoli elencando le nostre esperienze ed aspettative. In sede preparativa al viaggio, abbiamo fatto molto affidamento sui vini del domaine e per nostra fortuna non siamo rimasti delusi, eccezion fatta per aver mancato la degustazione del loro Batard-Montrachet, prodotto annualmente in non più di 600 esemplari ad esclusivo appannaggio dei clienti abituali che lo prenotano con un anno d’anticipo. Sono stato un vero stupido, avrei potuto acquistarlo in qualche enoteca a Beaune risparmiando di sicuro parecchi euro, ed ora, volendolo comprare in Italia dovrò sborsarne non meno di 160; un vero peccato.Montrachet è senza dubbio uno dei più rinomati vigneti al mondo, già nel XVIII° secolo Thomas Jefferson, allora presidente degli Stati Uniti, lo definì uno dei più grandi vini e acquistò 12 ceppi per reimpiantarli in Virginia. Dall’epoca gallo-romana si parla di ”Mons rachicenis” una piccola collina incolta. Nel XIII° secolo apparve per la prima volta la definizione di Mont Rachat o Mont Chauve zona rocciosa sulla quale si era formato un sottile strato vegetale, dove solo la coltura della vite poteva dare risultati meravigliosi. In quel periodo furono i monaci dell’abbazia di Mazyère, vicino Beaune, che introdussero la viticoltura in questo appezzamento capace di produrre un secolo più tardi il migliore vino bianco della Borgogna e in seguito dell’intera Francia. Si estende sul territorio dei comuni di Puligny (4 ettari) e Chassagne (3.9 ettari), frazionato in una trentina di parcelle di cui solo due sono superiori all’ettaro. Alcune di queste sono di proprietà della famiglia Morey, da generazioni, puri tradizionalisti nella produzione dei loro Chassagne, garanzia di qualità e affidabilità nel territorio. Ben presto ci ritroviamo in cantina, la classica cave borgognona, di almeno 300 anni, contenente una lunga serie di barriques e tonneau, in un ambiente dotato di temperatura ideale ed umidità costante. Abbiamo degustato diversi vini e diverse annate, ma la nostra attenzione è stata essenzialmente rivolta su due in particolare:

Chassagne Montrachet premier cru En Virondot 2011

Chassagne Montrachet premier cru Les Vergeres 2008

L’En Virondot annata 2011, proveniente da vigneti di 30 anni di età, nasce da un suolo tipicamente calcareo alle altitudini più elevate di tutta Chassagne. L’etimologia, all’origine del nome, è data da vigna piantata in curva (virage), che in francese arcaico veniva tradotto in “d’un viriondot”. E’ un vino che, dopo la prima fermentazione, viene posto nelle botti di rovere per il 30% nuove, dove viene svolta naturalmente la malolattica. A secondo dell’annata, l’affinamento varia con un massimo di 12 mesi, per poi essere imbottigliato, dopo una leggera chiarificazione ed ulteriormente affinato prima di essere messo in commercio. E’ un vino pieno, strutturato, elegante e mascolino allo stesso tempo; al naso ricorda sentori di frutta matura bianca, molto fine, lungo in bocca, ampio e di sicuro invecchiamento. A tratti si avverte una certa sapidità che non guasta, con supporto di una bella mineralità. Un vino che coniuga una bella tensione olfatto-gustativa. Nelle nostre cantine, se ben conservato potrà durare per almeno 15 anni. 

Ho trovato superlativo lo Chassagne Montrachet premier cru Les Vergers, dotato di una complessità aromatica molto evoluta; il colore e’ dorato, con un naso fortemente influenzato da toni agrumati, che virano alla pesca bianca e ad accenni floreali di selce. In bocca è morbido, cremoso, con note burrose e lievemente vanigliate, minerale, sapido e ben bilanciato da un’acidità salivante e da un sottile strato di glicerina che riempie la bocca. Nel complesso, grande struttura, da renderlo quasi croccante in bocca, pulito e ben delineato, con retrogusto ammandorlato sul bel finale lungo. Chapeau!!

Mentre ci troviamo in trans degustativa, ci appare d’incanto monsieur Fred Reboud, l’agente dell’azienda, tipico guascone francese, che, con la baldanza di un novello D’Artagnan si presenta con un mini one-man show. Ha l’aria del grand viveur, molto sicuro di sé, imbonitore ed incantatore nell’arte della vendita, pronto a sublimare i vini dell’azienda in ogni piccolo dettaglio. E’ smanioso di degustare e lo fa alla grande visto che non si esimia dal bere, intervallando dei risucchi fatti ad arte. Jeans, camicia bianca slacciata, giacca di renna e ciuffo ribelle, prende possesso della scena come un attore navigato che alterna comicità a ruoli drammatici con estrema nonchalance.

In effetti gli assaggi dei vini hanno dimostrato la grande reputazione di questo domaine familiare, attento in vigna, in cantina e sensibile alla materia prima. Prerogative che hanno concesso al produttore il rispetto di tutta la Borgogna vinicola. Al momento dell’acquisto, capiamo la presenza di monsieur Fred, che, come fossimo al mercato del pesce, tratta il prezzo per poter incassare al meglio la propria provvigione. Acquistiamo con soddisfazione reciproca e con un pizzico di rammarico per il Batard che, se fosse stato in sintonia con la materia delle degustazioni effettuate, sarebbe stato un vero e proprio capolavoro.

A seguire, il programma si sviluppa su vari reportage fotografici tesi a chiudere la giornata e le degustazioni stabilite in sede di programmazione. Ringraziamo Mario, che, nuovamente colpito da lontani ricordi del 2006, da troppo tempo sopiti, ci richiedeva un’ultima visita di giornata allo Chateau de la Tour, caposaldo di un leggendario vino: il Clos de Vougeot Grand Cru.


lo Chateau de Vougeot

Come già ampiamente sviluppato nel nostro primo racconto, il Clos de Vougeot è uno dei più noti vigneti dell’intera Borgogna, fondato nel XII° secolo dai monaci dell’Abbazia di Citeaux e che comprende 50 ettari vitati a pinot noir, in mano ad una ottantina di proprietari. Il domaine Chateau de la Tour, è all’interno del clos, posto nella parte alta e con una superficie vitata di c.ca 6 ettari. L’azienda ha alcune peculiarità interessanti:

è da sempre proprietà della stessa famiglia;

i Clos de Vougeot Grand Cru prodotti, sono i soli ad essere raccolti, vinificati, lavorati ed imbottigliati all’interno dell’area di cinta del Clos, come nel passato, al tempo dei monaci.

Al domaine non ci attendono, ma abbiamo l’occasione di presentarci a 20 minuti dalla fine delle degustazioni aperte al pubblico. Ironia della sorte, ad attenderci c’è la stessa ragazza che ci accolse nel 2006, che, dopo essersi riassettata un attimo, ci invita con gentilezza nella sala degustazione del castello per chiudere in bellezza con assaggi decisamente emozionanti.

Due sono i vini di punta dell’azienda:

Clos de Vougeot Grand Cru classico (annata 2010)

Clos de Vougeot Grand Cru Vieilles Vignes (annata 2009)

Il primo, nasce da parcelle di 50 anni di età. In evidenza il colore rosso rubino molto intenso, al naso frutta rossa matura in abbinamento a piccoli frutti neri, fragolina di bosco e ribes con accenni a sentori di petali di rosa; pur leggermente allappante, per via della giovane età, è comunque carezzevole e suadente. Estremamente elegante e di classe, coniuga morbidezza al palato e finezza con una netta pulizia ed una persistenza aromatica davvero lunga.

Il Vieilles Vignes, nasce da viti di 103 anni ed è qualcosa di maestoso. Lento ad aprirsi, emana nel tempo sentori di frutta rossa che ben presto vengono sovrastati da quella nera e da un particolare profumo di mora selvatica, per poi defluire in accenni floreali di viola mammola e da eleganti speziature. Sul finire lievi note balsamiche che rendono il vino gradevolmente fresco. Acidità bilanciata in una bocca morbida e croccante allo stesso tempo, con tannini meravigliosamente vellutati e leggermente boisè su di un finale davvero lungo. 

Degustazione a Chateau de la Tour

Se devo pensare ai vini rossi, lasciando in disparte i fuoriclasse ed inaccessibili vini di Romanèe-Conti, questi di Chateau de la Tour, dai prezzi comunque impegnativi, ma alla nostra portata, sono quelli che preferisco in assoluto, più consoni al mio palato. Se facessi una top ten dei vini rossi, ne farebbero sicuramente parte e molto probabilmente sarebbero da podio. Con questo giudizio, vado a ribadire quanto asserito nel 2006 confermando che, quando c’è la qualità, questa dura nel tempo.

Stanchi, ma felici per avere completato un percorso accurato, che ci ha visti protagonisti in tutta la Cote d’Or ed oltre, ci riserviamo di tirare le conclusioni al ristorante “Le Bouchon” (che consigliamo), sito nel ridente e caratteristico villaggio di Mersault, dove, tra un piatto di lumache e una tagliata di manzo, cercheremo di ripercorrere le tappe di questi 3 giorni di visite vissute con intensità ed emozione.

A volte si dice che il viaggio migliore è quello che dobbiamo ancora intraprendere; senza retorica, penso che quello appena concluso passerà alla storia, non solo perché ha coronato il sogno di una vita, ma anche perché a livello qualitativo ci ha dato davvero tanto. La Borgogna ci resterà nel cuore ed i ricordi ad essa collegata rimarranno sempre con noi. 

Durante il viaggio di ritorno, come spesso accade, siamo tentati di programmare la prossima spedizione targata 2014, ma visto l’andamento degli ultimi anni, programmare il futuro diventa difficile, già il futuro……………


…………..Anno astrale 4750. Galassia estramondo, in un interno della Virtual Wine Academy School. Ora di lezione sull’epopea del vino dalla preistoria ai tempi moderni, i miti: Romanèe-Conti.

“Ragazzi attenzione prego, collegamento chip-brain e passaggio a quinta dimensione, grazie. Dunque, vorrei da voi un aggiornamento sugli studi applicati all’epica di Romanèe-Conti. Vi rammento che, per questi approfondimenti è stato severamente vietato ‘l’uso del teletrasporto. Chi mi dice qualcosa?”

“Senza il teletrasporto, non è stato semplice, ma abbiamo scoperto una cosa incredibile!! Si dice che in una recente esplorazione su quel che resta del desolato pianeta terra, in una zona non ben precisata, dove probabilmente si estendeva uno stato chiamato anticamente Italia, siano stati ritrovati alcuni resti interessanti. Ci riferiamo a frammenti di un materiale strano, denominato carta, una sorta di impasto di cellulosa, riportante accenni ad una probabile visita a Romanèe-Conti da parte di 3 persone, che secondo le traduzioni, tutte da confermare, non fossero in possesso di attestati professionali, ed inoltre, attualmente, è allo studio uno strano disco riportante la sigla “dvd”, che, una volta decontaminato potrebbe essere fonte di nuove scoperte e potrebbero confermare che…………

“Non lasciatevi andare a supposizioni affrettate!! Vi ricordo che allo stato attuale, quello che ci è stato tramandato sui 3 che fecero l’impresa e solo leggenda, pura leggenda………………