Posso affermare con assoluta certezza che la competizione è una componente della natura dell’uomo, senza andare a scomodare Sigmund Freud che dal punto di vista psicoanalitico la identifica come una caratteristica che affiora sin dalla tenera età. Non serve essere troppo eruditi per accorgerci che la viviamo nel quotidiano e non è nient’altro quel desiderio, a volte inconscio, di ottenere per sé determinati vantaggi attraverso comportamenti o situazioni che potremmo definire competitivi.

A volte, la competizione, che, se sana riesce a migliorare l’individuo ed il contesto sociale in cui vive, può trascendere, attraverso un coinvolgimento psicologico più marcato, in quella che potremmo definire “rivalità”, dove non è più prioritaria l’acquisizione di un determinato vantaggio ma entrano in gioco elementi reputazionali o veri e propri status che pongono il soggetto ad aspre e snervanti contese con epici scontri per poter primeggiare.

A volte la rivalità è figlia di un’induzione esterna, creata ad arte, dove un terzo cerca di trarne indirettamente beneficio da una contesa, priva di un vero fondamento, che i duellanti, recitando a soggetto, sono obbligati da una serie di congetture a portare avanti.

A mio parere, gli elementi fondamentali per poter accendere una rivalità sono essenzialmente due: la prima è senza dubbio la soggettività di un individuo che nella vita è o meno un competitor e che può essere ingaggiato da un altro competitor o al contrario incompreso da chi non lo sia; la seconda è il minimo scarto degli scontri tra due competitors con esiti alterni a favore di uno o dell’altro, che alimentano una vera e propria psicosi da protagonismo e di successo senza fine. 

Da sportivo, penso a rivalità che sono passate alla storia, come ad esempio Maradona vs Pelè, Borg vs McEnroe, Coppi vs Bartali, Valentino Rossi vs Max Biaggi, Messi vs Ronaldo etc. etc. 

E che dire delle rivalità cittadine, come ad esempio quella che colpisce Polignano a Mare e Monopoli, due paesi che sorgono sulla costa pugliese, a sud di Bari, che da sempre rivaleggiano per accaparrarsi lo “scoglio dell’Eremita”, un isolotto poco distante da Polignano. I polignanesi per questa vicenda deridono da sempre i monopolitani, che a loro volta si vendicano enunciando il detto “sei rimasta come la zita di Polignano” che si spiega con il fatto che i monopolitani siano soliti corteggiare le donne di Polignano, promettendo il matrimonio, per poi alla fine sposarsi con le ragazze monopolitane.

Il riferimento a Polignano a Mare non è casuale, in quanto, proprio in questa cittadina, sorge un’azienda vinicola, che caso strano si chiama Rivale e che da vita ad un vino estremamente particolare. In una terra in cui primeggia il Primitivo, l’Aglianico e il Negroamaro è strano imbattersi in un Pinot Nero, che di norma è vitigno nordico, visto che le migliori espressioni le troviamo in Alto Adige ed in Trentino e che di norma ama un clima fresco. Non sto a scomodare il gotha del “pinot noir”, quello borgognone, che non ha rivali. Ringrazio l’amico Emanuele Spagnuolo di “Grandi Bottiglie” (www.grandibottiglie.com) che l’ha scoperto, dandomi la possibilità di conoscerlo ed acquistarlo.

Ma veniamo alla degustazione di questo Pinot Noir annata 2016 dell’ Azienda Agricola RIVALE – di 12,5° vol., aperto in una domenica assolata e servito ad una temperatura di 18° gradi. Tappo in perfette condizioni della lunghezza di cm 4,6 ed etichetta immacolata con una livrea sobria e finemente elegante.


Versato nel bicchiere rigorosamente Burgundy, si presenta di color rosso rubino scarico, limpido e brillante, presentando i classici connotati visivi del Pinot Noir ed è già un punto a favore in quanto, visto la latitudine in cui viene allevato, mi sarei aspettato un colore decisamente più cupo.

Roteato ed ossigenato a dovere nel bicchiere, emergono sentori vinosi, accompagnati da interessanti speziature (chiodi di garofano) ed a seguire frutta rossa, dove spicca la fragolina di bosco ed il ribes. Atteso ulteriormente, note di pepe nero e vaghe matrici balsamiche. 

In bocca entra con vellutata morbidezza, un po’ voluttuosa e nonostante i soli 12,5° gradi svolti, è presente una certa alcoolicità, probabilmente frutto di un clima e di un’esposizione solare ben marcata in queste lande pugliesi. E’ fresco, a tratti esplosivo, persistente, attraversato da un’impercettibile tannicità su di una spalla acida avvolgente e a tratti salivante. 

Non ha la finezza dei Pinot Noir di Borgogna ed è un vino pronto, a differenza di quelli francesi che ho degustato di pari annata, che hanno bisogno ancora di tempo per potersi esprimere al meglio.

Rimango affascinato da questo vino che è piacevole e che si fa bere ben volentieri e non posso non chiedermi come sia possibile che questa azienda abbia scelto di allevare il Pinot Nero. Che voglia competere o ancora, esagerando, rivaleggiare con i Pinot Noir borgognoni??? Niente di tutto ciò. Posso solo pensare, che il proprietario sia talmente innamorato di questo grande vitigno che l’abbia voluto con sé, cercando di non snaturarlo ma bensì dandogli una tipicità e delle caratteristiche di unicità, tali da restare impresse nei sensi e nella mente del degustatore. Con me, c’è riuscito in pieno.

Devo confessarvi che anche io sono un competitor e quindi, bicchiere alla mano, ho voluto isolarmi, assaporando il buon vino ed ascoltando le due canzoni più “soul” di due band musicali che, da sempre, rivaleggiano tra loro, vale a dire i Beatles e i Rolling Stones e sto parlando di “Something” del 1969 per i primi e di “Tumbling dice” del 1972 per i secondi. 

Due monumenti che si equivalgono……..ma in cuor mio devo schierarmi e dico, tutta la vita i Rolling Stones.

https://youtu.be/6U8JlcB_BzA

https://youtu.be/UelDrZ1aFeY