“Io non ho mai le idee così chiare come quando ho bevuto.”
(Alexandre Dumas)
Quelli come me, nati negli anni '60, in età adolescenziale leggevano una combinazione di grandi classici della letteratura per ragazzi, romanzi d'avventura e collane popolari dell'epoca. Si passava da quelli stranieri con in testa Jules Verne con i suoi “Ventimila leghe sotto i mari” e “Viaggio al centro della Terra” , a quello di Stevenson, vale a dire “L'isola del tesoro” o ancora quello di Jonathan Swift, ossia “ I viaggi di Gulliver”, tanto per citarne alcuni. Come dimenticare gli italiani, da “Cuore” di Edmondo de Amicis, a “Gian Burrasca” di Vamba, ai romanzi di Salgari e per finire col classico dei classici, “Le avventure di Pinocchio” di Collodi. Personalmente quello che mi è rimasto impresso più di altri, forse perché ambientato nella mia adorata Francia è stato “I tre Moschettieri” di Alexandre Dumas (padre), pubblicato per la prima volta tra marzo e luglio del 1844, diventando nel corso dei secoli uno dei romanzi di avventura più amati e letti al mondo. Ambientato nella Francia del XVII° secolo tra intrighi di palazzo, duelli e missioni pericolose nel contesto della corte del Re Luigi XIV°, con personaggi di spicco come il Cardinale Richelieu e con protagonisti principali il giovane guascone e futuro moschettiere D'Artagnan e gli inseparabili compagni d'arme Athos, Porthos e Aramis. Per chi non lo sapesse, i moschettieri del Re nacquero nel 1622 per volere del Re di Francia Luigi XIII°, che decise di creare un corpo militare scelto da usare come guardia personale e scorta a cavallo. Non occorre soffermarmi sulla trama, che, bene o male tutti conosciamo, ma focalizzare l'attenzione sulle personalità dei tre moschettieri, che sono entrati e rimasti nel cuore di ogni ragazzino appassionato.
Athos , era il più misterioso ed affascinante dei tre; un nobile che per il suo passato burrascoso celava la sua vera identità ed il suo carisma lo faceva il vero leader del gruppo, con un senso altissimo dell'onore e quella vena malinconica frutto di un tradimento mai dimenticato di una dama sexy e maligna come Milady de Winter;
Porthos , fisicamente il più imponente, amante della goliardia, delle belle donne e del lusso, ostentando una lista impressionante di amanti da ogni parte di Francia. Sotto un evidente strato superficiale, si manifestava però un amico leale, generoso e sincero che ognuno di noi vorrebbe nella propria vita;
Aramis , era l'intellettuale ed il più elegante, dotato di una formazione teologica molto spiccata, che bramava di lasciare le armi per prendere i voti monastici, ma ogni qualvolta era sul punto di farlo si lasciava trascinare da una nuova avventura. Era una sorte di novello templare, un monaco-guerriero sempre pronto ad immolarsi per la giustizia.
Pochi giorni fa, ho organizzato a casa mia una sorta di pranzo-degustazione dal sapore didattico per quattro persone neofite a livello enologico e per l'occasione ho servito tre vini che mi hanno ricordato, per certi aspetti, le caratteristiche dei tre moschettieri.
L'austero e malinconico Athos l'ho associato al Fleurie “Chapelle des Bois” annata 2019 del Domaine Dutraive, un Gamay in purezza; vino aristocratico, severo, con un colore rubino scarico e torbido come il passato del moschettiere. Il naso elegante e floreale di viola e petali di rosa associato ai frutti rossi di lampone, fragolina di bosco e ciliegia, con una componente più scura di mora e mirtillo e con note terrose e speziate, evocano bene il lato ombroso e disincantato dello spadaccino. L'ingresso in bocca è sensuale e la beva davvero fresca, con una decisa mineralità e un corollario di sapidità voluttuosa. Concentrato, con tannini setosi e una persistenza che rimane a lungo. Un rosso che non si dimentica con i suoi tratti eleganti e malinconici allo stesso tempo.
Il sanguigno e godereccio Porthos , l'ho associato al Tokaji Aszu 6 Puttonyos annata 2005 di Samuel Tinon , un vino ricco, esuberante, opulento, che già dal colore di ambra scura dà un piacere immediato e una decisa teatralità. Il naso molto complesso è inondato da sentori di albicocca matura e disidratata, scorza di arancia candita, miele, English tea e una punta di zafferano, in una concentrazione di dolcezza molto sensuale, quasi sfarzosa e magnificente. La bocca è attraversata da una sferzata di dolcezza stemperata da un'acidità tagliente, come la rapier di Porthos, spada che non sbagliava un colpo. Un vino decisamente equilibrato come la personalità del moschettiere, sempre in bilico tra la sua corpulenza e la nobiltà d'animo.
L'elegante e spirituale Aramis l'ho associato al Vouvray “Le Haut-Lieu” sec annata 2019 del Domaine Huet, uno Chenin Blanc sofisticato ed austero a partire dal colore di un bel giallo paglierino tendente all'oro antico, limpido e brillante e con un naso espressivo, inizialmente con una punta ossidativa non fastidiosa ma un po' ambigua, come la figura del moschettiere ed intriso di profumi di pera, mela cotogna ma anche agrumati e floreali di margheritine di campo, con delicate sfumature mielate e con un pizzico di zafferano. La bocca al suo ingresso è austera, con una tensione minerale e salina e con una struttura imponente, ma sempre con un'eleganza e una raffinatezza d'antan.
Alexandre Dumas, nel romanzo celebra i valori dell'amicizia, della lealtà, e dell'onore dei tre moschettieri che hanno singolarmente personalità diverse, ma che incarnano il famoso detto “tutti per uno e uno per tutti….”, così come questi tre vini, degustati, così' diversi, ma così nel simili mettere sulla tavola qualità distinte al servizio di un unico obiettivo, quello di immergere, anche il semplice neofita, in un viaggio sensoriale che possa esprimere di fatto sfumature, contrasti e progressive rivelazioni che non si lasciano facilmente dimenticare.
Alla seguito…..