"Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi."
(dal romanzo “Il Gattopardo” – 1958 Giuseppe Tomasi di Lampedusa)
Un tempo la Tv generalista, ma anche le private più famose che gravitano nell’orbita berlusconiana proiettavano i classici che hanno fatto la storia della filmografia internazionale. Le commedie e i drammi, sia italiani che americani spopolavano, così come i grandi attori, dai vari Sordi, Mastroianni, Gassman tanto per citarne alcuni restando a casa nostra oppure i Marlon Brando, Paul Newman, Cary Grant etc per quanto concerne il mondo a stelle strisce. Oggi, i film vecchi in Tv si vedono sempre meno, perché i network cercano alta audience e guadagni pubblicitari importanti; la pubblicità imperante spezza il ritmo dei film d’antan e per poterli rivedere occorre spingersi unicamente verso lo streaming che può essere gratuito o a pagamento. Di recente, grazie a RaiPlay, ho voluto rivedermi il film “Il Gattopardo” del regista Luchino Visconti (tratto dal romanzo edito nel 1958 post morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) uscito nelle sale nel 1963 e vincitore della “Palma d’Oro” al sedicesimo Festival di Cannes. Visconti, uno dei grandi registi del secolo scorso noto anche per altri lungometraggi quali “Morte a Venezia”, “Senso” e “Rocco e i suoi fratelli” per citarne solo alcuni. Un film, “Il Gattopardo” con un parterre di attori notevole a cominciare da Burt Lancaster, per passare ad Alain Delon, a una giovanissima e bellissima Claudia Cardinale, Paolo Stoppa e Rina Morelli. La trama è presto detta e racconta il declino della nobiltà siciliana e l’ascesa della borghesia durante il periodo del Risorgimento attraverso gli occhi del principe Fabrizio di Salina, il quale capisce che per mantenere i privilegi della sua classe occorre accettare il cambiamento. Infatti la frase riportata in prefazione alla recensione è una chiara testimonianza che ha fatto scuola nel nostro paese, nel senso che dall’Unità d’Italia sono passati più di 160 anni ma non è cambiato sostanzialmente nulla, chi ha i privilegi continua ad averli nonostante i continui mutamenti sociali e chi ci rimette è e rimarrà sempre il popolo. A questo aforisma ne potrebbe seguire un altro famoso consequenziale citato da Andreotti che apostrofava con tutta la sua sagacia il detto “il potere logora chi non ce l’ha”….ed è proprio la conservazione del potere la strategia di quella classe aristocratica siciliana ottocentesca per mantenere i privilegi nonostante gli avvenimenti storici che stavano cambiando l’Italia, grazie allo sbarco dei Mille e all’unità sopra citata. Un’aristocrazia che ipocritamente, per evitare sollevazioni popolari, decise di assecondare e guidare la transizione politica azzerandone completamente il senso del rinnovamento. La scena più bella del film, che resta desolatamente amaro, è la lunga sequenza del ballo a Palazzo Ponteleone che occupa quasi un’ora del lungometraggio e che viene considerato da tutti i critici come un capolavoro assoluto e che mostra lo sfarzo principesco unito ad un lento declino della classe nobiliare, obbligata, come già ribadito, a piegarsi al rinnovamento per mantenere lo stesso status. Il ballo tra il Principe don Fabrizio Salina (interpretato da Burt Lancaster) e Claudia Cardinale è una sorta di staffetta tra il vecchio mondo ed il nuovo che sta per iniziare ma che non porterà comunque a nessun cambiamento. Nel romanzo, si parla con dovizia di particolari della località (immaginaria) che ospitava la residenza estiva del Principe di Salina, dal nome “Donnafugata”. Nel 1983 Gabriella Anca Rallo insieme al marito Giacomo Rallo ed in omaggio alla terra siciliana descritta nel romanzo, fonda l’azienda vinicola Donnafugata che negli anni diventa punto di riferimento nell’intera viticoltura della Trinacria. Donna volitiva, imprenditrice attenta e custode della cultura enologica siciliana, amante dell’arte al punto di aver ideato e creato le etichette d’autore artistiche che caratterizzano le bottiglie prodotte dall’azienda e tra l’altro insignita del titolo di “Commendatore della Repubblica Italiana” per il suo inesauribile contributo al rinnovamento, al consolidamento e allo sviluppo vitivinicolo dell’intera regione. Al contrario dell’insegnamento Gattopardiano, negli anni ha compreso che per migliorare occorreva cambiare senza restare ancorati ad autentiche zone di comfort, in cui la maggior parte dei viticoltori siciliani prediligeva, rimanendo in una sicurezza commerciale legata soprattutto alla produzione di vini da taglio e a grandi volumi a discapito della qualità e della valorizzazione del proprio territorio. Quindi potremmo dire che il suo motto sia stato e lo è tutt’ora: “Tutto cambi perché tutto cambi!”. Per onorare il suo nome, ho scelto di degustare un suo Chardonnay, il Chiarandà annata 2021 di 14,0°vol prodotto nella Sicilia occidentale nella Tenuta di Contessa Entellina, un luogo unico dove arte, storia e natura si fondono creando un clima magico e dove il sole bacia la terra in un abbraccio caldo e con una luce senza eguali accendendo i colori tipici di un’isola multietnica. 100% Chardonnay in purezza, vendemmia agostana in notturna per preservare la freschezza degli acini grazie all’escursione termica e per quanto riguarda la vinificazione, i mosti di Chardonnay ottenuti dalla pressatura soffice sono poi fermentati nelle cantine storiche di Marsala, dove si completa il ciclo produttivo. Dal 2002 la fermentazione alcolica dei mosti candidati a diventare Chiarandà, non è stata più realizzata totalmente in rovere come si era fatto fino ad allora, ma parzialmente in acciaio soprattutto per valorizzare la componente “frutto”. Affinamento sulle fecce nobili in barrique di rovere francese di primo e secondo passaggio per circa 9 mesi. L’affinamento prosegue in bottiglia per almeno 24 mesi prima della sua commercializzazione. Ma veniamo alle note di degustazione di questo Chardonnay che, versato nell’apposito bicchiere si svela cromaticamente di una veste dorata incarnandone il sole di Sicilia, limpido, brillante senza alcuna sbavatura. Al naso, inizialmente compaiono sentori di scorza di limone e di frutta a polpa bianca, ma immediatamente dopo si viene rapiti da un’ondata burrosa, di crema pasticciera, di stecca di vaniglia e di rovere. Lasciato ulteriormente ossigenare emergono note di erbe della macchia mediterranea, su tutte la salvia e la mentuccia. In bocca si ha a che fare con un vino dalla notevole struttura, corroborata anche dall’alto tenore alcolico, smorzato comunque da una freschezza di beva molto piacevole. A livello gustativo si sente decisamente il burro e la vaniglia; acidità media e comunque con un buon equilibrio e con una punta di sapidità che gli dona qualcosa di intrigante ed ammaliante. Persistenza decisamente lunga. Sicuramente un vino elegante e raffinato come la dama impressa sulla coreografata etichetta della bottiglia. Un vino che ha ancora anni per esprimersi al meglio smorzando un po’ i sentori di rovere che comunque non infastidiscono. Prezzo sugli scaffali poco al di sopra dei 30 euro. Un vino da sorseggiare amabilmente su uno scoglio o su una spiaggia siciliana, al tramonto, in compagnia della donna amata rimembrando il ballo del Gattopardo, pieno di sfarzo ma anche di una leggiadra sensualità.
Alla prossima…..