Thank you for your wine, California,
Thank you for your sweet and bitter fruits….


(Sweet Virginia – 1972 ROLLING STONES)




Sono passati sessantadue anni da quel 27 marzo 1964 quando Marianne Faithfull e Mick Jagger si incontrarono per la prima volta in un club di Windsor, dove si svolgeva il party di presentazione del nuovo singolo di Adrienne Posta, una giovanissima cantante di quei tempi. Faithfull, bellissima diciassettenne fece breccia sia su Jagger che su Keith Richards ed il leader dei Rolling Stones, nel cercare di “attaccare bottone”, le rovesciò inavvertitamente del vino sul vestito. Galeotto fu quel bicchiere di rosso che  li avrebbe proiettati in una relazione durata dal 1966 al 1970 e che fu definita come una storia d’amore iconica, ma allo stesso tempo tormentata e distruttiva, seppur segnata da un profondo legame artistico, ma alimentata da eccessi  di droga e di pesante fragilità emotiva. Come ben sappiamo, negli eccessi giovanili dei leggendari Rolling Stones, l’alcool e quindi anche il vino erano ben presenti, per certi versi però venivano offuscati dall’uso di droghe pesanti, ma il consumo di vino faceva parte della loro vita quotidiana,  sebbene i vari componenti avessero abitudini diverse. Nella biografia del mitico chitarrista Keith Richards viene descritto un aneddoto legato al vino, quando nel 1973 un  bicchiere di rosso fu provvidenziale per svegliarlo durante un incendio nel suo cottage in Inghilterra. Mick Jagger, ancora oggi in splendida forma nonostante i suoi 83 anni suonati, pur eccedendo negli anni ‘70, da tempo ha mantenuto una disciplina ferrea legata al fitness, riducendo nel tempo il fumo e concedendosi unicamente un bicchiere di vino rosso al giorno per non pregiudicare la voce e la forma fisica. Dei 380 brani sino ad ora pubblicati nella loro sessantennale attività in solo quattro di questi si fa accenno al vino: uno  è quello posto in prefazione alla recensione in Sweet Virginia, traccia dell’album Exile on Main St. in cui nel ritornello si sente l’esortazione Thank you for your wine, California (grazie per il tuo vino, California; anche in Pass the wine (Sophia Loren) pubblicata come bonus track nella riedizione del 2010 dell’album sopra citato, il cui testo recita esplicitamente “So pass me the wine, baby, and let’s make some love”  (Allora passami il vino, tesoro, e facciamo l'amore; e ancora  inYou Can't Always Get What You Want: Il grande classico del 1969 (Let It Bleed) si apre con un verso legato ai ricevimenti e ai bicchieri di vino:"I'm so tired today, at the reception, a glass of wine in my hand"(Oggi sono così stanco, al ricevimento, con un bicchiere di vino in mano); e per ultimo Blood Red Wine: un celebre brano inedito registrato nel 1968 durante le sessioni di Beggars Banquet, in cui Mick Jagger canta ripetutamente "I got red blood, and I got blood red wine" (Ho il sangue rosso e ho il vino rosso sangue). Occorre anche dire che il frontman delle “pietre rotolanti” ama profondamente l’Italia e il vino del bel paese, soprattutto la zona di Bolgheri e in particolare i vini prodotti a Castagneto Carducci, dove da parecchi anni è solito trascorrere lunghi periodi di vacanza e di relax ospite al Castello dei Conti della Gherardesca, in sintesi un abitudinario della zona maremmana dove apprezza oltre al vino la tranquillità e la protezione della sua privacy. Mi auguro che non sia solito degustare unicamente i grandi Supertuscan, vale a dire Sassicaia, Tignanello, Solaia, Ornellaia e Masseto, ma spero abbia avuto la fortuna di imbattersi anche nei vini di Michele Satta al quale sono legato per un duplice aspetto. Il primo campanilistico, visto che nonostante pochi come lui sappiano raccontare al meglio il territorio di Bolgheri, ha origini altrove per meglio dire varesine, quindi della mia terra e arrivando a Castagneto Carducci per caso, non se ne andò più. Forse è anche per questo che è davvero lontano dai clichè appuntati ai viticoltori di Bolgheri e dintorni riuscendo ad andare oltre ad una concezione culturale che si è fermata ad analizzare la denominazione unicamente sotto l’aspetto dei Supertuscan. La seconda è strettamente vincola, nel senso che in un territorio dominato da Cabernet e Merlot sia riuscito a sdoganare anche il Sangiovese, vitigno in cui crede enormemente accompagnandolo al classici internazionali e con l’aggiunta anche dello Syrah riuscendo a tracciare non tanto un solco tra sé e gli altri, ma allargando i confini con un vitigno che fa da sempre la Storia enologica della Toscana. Il Bolgheri Rosso annata 2023 di 13,5°vol. che ho degustato  e che appartiene alla Doc Bolgheri, istituita nel 1984 è prodotto a livello collinare su un suolo che si affaccia sul mar Tirreno e la rilevanza del mare è importante perché riflette la luce del sole trasmettendone una quantità che permette una eccellente fotosintesi della pianta, portando gli acini ad una maturazione fenolica davvero importante. Il mare funge anche da equilibratore termico perché fa si che le estati non siano troppo calde durante il giorno e che siano fresche di notte, in modo tale che la pianta non accumuli stress, e i venti che soffiano verso la costa e la zona collinare rendono l’aria meno umida impedendo il proliferare di malattie funginee oltre ad arginare rovesci violenti sulle colline limitando le piogge agostane portatrici di marciume a ridosso della vendemmia.  25 sono gli ettari vitati, vendemmia manuale, vinificazione la più classica possibile, con i raspi per Sangiovese e Syrah e per gli affinamenti si usano sia barriques che anfore che botti di cemento. Ma veniamo alle note di degustazione di questo Bolgheri rosso  figlio di un blend di Sangiovese (30%), Cabernet Sauvignon (30%), Merlot (20%), Syrah (10%) e Teroldego (10%) fermentato in vasche di acciaio e cemento  utilizzando i lieviti spontanei. Inizialmente vengono effettuati due rimontaggi al giorno che in un secondo tempo vengono diradati a seconda di come procede l’estrazione. Lo stesso dicasi del tempo di macerazione, stimato in base ai frequenti assaggi. Dopo le malolattiche che naturalmente si svolgono nel mese di novembre le varie vinificazioni sono assemblate e vanno in affinamento. Affinamento che consta di 12 mesi, parte in botti di cemento (30 hl), parte di barriques di secondo e terzo passaggio.  
Versato nel bicchiere si svela cromaticamente di un colore rosso rubino intensissimo, quasi impenetrabile e meno marcato sull’unghia. Al naso è un tripudio di frutti di bosco, mirtillo, mora e ribes, ma subito a seguire matrici terrose, nuances speziate di chiodi di garofano ed accenni a note erbacee di peperone verde. Lasciato ulteriormente ossigenare nel bicchiere emergono sensazioni di pate’ di olive, tostatura di moka e chiude con accenni di cacao amaro. In bocca è morbidissimo, con un tannino ancora presente ma decisamente vellutato e con una beva fresca e piacevolissima; buona l’acidità e la lunga persistenza aromatica che fa emergere le sensazioni fruttate avvertite all’olfatto. Un vino che può restare in bottiglia per ancora tre/quattro anni per essere degustato al meglio e gastronomicamente versatile, con una giusta gradazione e che ben si sposa con la variegata cucina Toscana, dalla Chianina, alle pappardelle al ragù, ai taglieri di salumi e al classico pecorino toscano di media stagionatura. Rapporto qualità/prezzo decisamente più che buono visto che la bottiglia non supera i 25 euro sugli scaffali dell’enoteca. Sorseggio inevitabilmente questo Bolgheri ascoltando in sottofondo Blood Red Wine ed il verso I got red blood and i got blood red wine degli inossidabili Rolling Stones e  comprendo che il legame tra il sangue rosso e il vino rosso è il simbolo della vita, della passione e della cultura che unisce l’uomo alla terra e alle sue tradizioni.

Alla prossima…...