Com'è triste Venezia
Soltanto un anno dopo
Com'è triste Venezia
Se non si ama più
Si cercano parole
Che nessuno dirà….


( Com’è triste Venezia – 1965 CHARLES AZNAVOUR)



Ci sono momenti particolari in cui si può avvertire una strana sensazione di bellezza in qualcosa che riveste i connotati opposti, come pervasi da uno stato d’animo profondissimo, intimo e riflessivo, che spinge a guardarsi dentro portandosi pace ed accettazione invece di dolore e conflitto. E’ un istante particolare in cui l’anima si estranea completamente, come sospesa, al riparo dalle brutture di questo mondo. Uno di questi momenti è quando capita di ascoltare, anche solo per caso canzoni malinconiche, che per uno strano meccanismo diventano talmente empatiche da richiamare perduti stati di memoria, stimolando il cervello a rilasciare endorfine che donano una sensazione di temporaneo benessere. In sostanza la musica attiva le aree del cervello legate al passato ed è come se un cassetto della memoria si riaprisse, facendo riaffiorare persone o momenti perduti come lacrime nella pioggia… Il cervello però attiva una sorta di reazione chimica che scambia la tristezza “virtuale” della melodia per un evento reale rilasciando prolattina, vale a dire un ormone dal potere calmante e liberatorio. Sovente, il brano ascoltato può anche non riflettere una sorta di dejà vu o qualcosa di reale sperimentato nel proprio passato, ma poco importa, perché se ci si immedesima in quanto si sta ascoltando il risultato non cambia. Alcuni giorni fa mi è capitato di ascoltare davvero per caso uno dei brani più famosi del grande chansonnier Charles Aznavour, artista indimenticabile ed  eclettico per essere stato capace di unire con facilità la musica, la scrittura e l’arte della recitazione, oltre ad essere un vero poliglotta in grado di cantare con estrema naturalezza in francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco e russo e non ultimo dotato di un raffinato savoir faire sul palco e nella vita, in sintesi un vero istrione. Il brano in questione è: Com’è triste Venezia , versione italiana di quello inciso nel 1964 in lingua francese con il titolo “Que c’est triste Venise”. In sintesi esprime la profonda malinconia di un ritorno nei luoghi di un Amore finito, dove la bellezza della città si trasforma in uno specchio di solitudine.  Questo brano così malinconico, anziché intristire profondamente, può risvegliare in un recondito cassetto della memoria le parole di Dostoevskij, che diceva  che il prezzo d’amare qualcuno così profondamente è non riuscire più ad amare nessuno allo stesso modo, perché quando hai toccato qualcosa di così intenso, tutto ciò che viene dopo sembra superficiale e nulla riesce più a raggiungere quella stessa profondità e così impari a convivere con quel dolore. Non perché lo vuoi davvero, ma perché dimenticare sarebbe come perdere l’ultima prova del fatto che hai amato veramente qualcuno almeno una volta nella vita. Parole bellissime che trasformano uno stato d’animo cupo e riportano la  romantica Venezia nel suo aspetto originale e al suo emblema mondiale dell’Amore e del romanticismo, grazie alla sua atmosfera unica fatta di canali, ponti storici e scorci nascosti. Per brindare a questa magia  ho voluto stappare una bottiglia particolare regalatami dal mio amico William, che pochi conoscono e altrettanti  non sanno che il vino che contiene viene direttamente prodotto nella Laguna veneta. Il suo nome Orto di Venezia annata 2017 di 13,5° vol. Occorre fare una premessa, vale a dire che la viticoltura nella Laguna veneziana esiste da almeno tremila anni; tra i vari isolotti, quello di Sant’Erasmo per secoli ha fornito frutta ed ortaggi alla città di Venezia e vi sono sempre stati i vigneti ed è per questo che da sempre è conosciuto come l’orto di Venezia. Ma arriviamo ai giorni nostri, quando alle soglie del 2000 il francese Michel Thoulouze, pioniere della pay Tv acquista casa nell’isola di Sant’Erasmo con annessi 11 ettari di terra che un documento settecentesco indica come “la Vigna del Nobil Uomo” e con lungimiranza decide di rilanciare sull’isola la produzione di vino mixando la tradizione degli agricoltori locali con le competenze tecniche di Lydia e Claude Bourguignon, ingegneri agrari e di Alain Graillot proprietario dell’omonimo Domaine a Crozes Hernmitage nella Valle del Rodano (scomparso nel 2022). Michel parla di un vero miracolo, dove la mano dell’uomo c’entra davvero poco, ma è la terra ricca di argilla, calcare e roccia dolomitica unita al minimo interventismo senza utilizzo di diserbanti e concimi chimici, un particolare sistema di irrigazione ed un duro lavoro di 5 anni, che hanno dato vita a questo vino. La particolarità è che prima di impiantare i vigneti, i terreni sono stati preparati seminando in successione orzo, ravanello, avena e radice cinese, seguendo il metodo “duro su duro”, senza mai arare. Altra chicca è il fatto che le viti sono tutte a piede franco senza innesto di radici americane e ciò significa che l’”Orto” ha un’alta qualità e non viene attaccato dalla fillossera. Vendemmia rigorosamente a mano, fermentazione lenta, affinamento di 10 mesi in botte e in acciaio e 2 anni in bottiglia; i vitigni utilizzati sono un blend di Malvasia Istriana per la maggior parte, oltre a Vermentino e una piccola parte di Fiano di Avellino. Mediamente ogni anno vengono prodotte anche 300/400 magnum che vengono affinate direttamente nei fondali della Laguna, una cantina naturale senza ossigeno, senza luce e con una temperatura costante. Ma veniamo alle note di degustazione di questa vera ed unica chicca enologica nel suo genere che, versata nel bicchiere si presenta con una bellissima cromatura dorata intensa, limpida e brillante su tutta la superficie. Al naso si avverte una impercettibile punta ossidativa che non incide sulla bontà del vino, ma quello che stupisce è che si è inondati da una forte sensazione iodata e salmastra, come se ti colpisse con impeto un’onda del mare della laguna Veneta; a seguire frutta a polpa bianca ma anche di matrice tropicale, come la papaya, senza far mancare poi i classici  accenni floreali di margheritine di campo e sul finale tanta mandorla amara. In bocca è caratterizzato da una freschezza del sorso, da una buona acidità e da una debordante mineralità, con una base sapida e salmastra ben in evidenza e con una struttura di base complessa. Un bianco impegnativo, arrivato a mio avviso al suo punto apicale e  che non lascia indifferenti, chiudendo con un retrogusto amaricante dalla matrice altamente seduttiva. Costo per l’ultima annata in commercio c.ca 45 euro, ma vale almeno una volta degustarlo! Mentre mi accosto al sorso, ascolto in sottofondo il grande chansonnier ed il suo brano che, anziché intristirmi, mi proietta nella mente la tipica scena veneziana legata a un suo rinomato figlio, vale a dire Giacomo Casanova, in un incontro amoroso segreto in un appartamento privato, mascherato con bautta (la maschera bianca con il tricorno) e il tabarro (mantello nero) o a una cena galante in un’osteria nascosta tra le calli del sestiere di San Marco…… magie del vino!!! 

Alla prossima…...