“I sessant’anni sono quell’età in cui ci si sente finalmente giovani….ma è troppo tardi.”
( Pablo Picasso)
Il 29 luglio ho compiuto 60 anni!
Di norma non festeggio mai gli anni intermedi, ma quelli che aprono un nuovo decennio sì. A dire il vero non so ancora cosa farò, anche se la ricorrenza oramai è trascorsa, ma alla fine del 2026 mancano ancora 5 mesi e di sicuro qualcosa mi inventerò. Devo dire che è sempre una ricorrenza agrodolce, non tanto perché si invecchia di un anno e non ci sarebbe nulla da festeggiare, ma perché il 29 luglio era nato anche mio padre (classe 1929), che purtroppo ha lasciato questo mondo troppo presto e sono 29 anni che il ricordo malinconico sovrasta abbondantemente questa ricorrenza. Anche se era un uomo di poche parole, in quel giorno l’ho sempre visto felice, forse perché ci accomunava la stessa data di nascita, che in qualche modo ha reso il nostro legame indissolubile e davvero speciale. Sarei un ipocrita se asserissi che il 6 davanti non mi faccia girare le scatole (solo per essere educati) e sarei un bugiardo se dicessi di non aver riflettuto sul tempo passato e sul percorso che mi ha portato sin qui e che sta segnando il passaggio ad una fase di maturità più consapevole, dove a mio modo di vedere sia inevitabile ridefinire le priorità.
Detta così sembra la consuntivazione lapidaria del proprio bilancio esistenziale, ma penso che sia necessario per tirare le somme tra i sogni, le speranze e le illusioni giovanili con l’attuale realtà, accettando saggiamente le sconfitte, i limiti ma anche i successi ottenuti. Una giovinezza felice, ma con regole e valori, un’onesta carriera lavorativa, un matrimonio fallito ma con la gioia più grande della vita, quella della nascita di mio figlio ormai adulto e ben inserito nel lavoro, le mie grandi passioni, lo sport che pratico sin da piccolo e che mi ha insegnato tanto e il vino, oltre agli amici, pochi ma buoni, sui quali posso sempre contare.
Nelle mie riflessioni ho dovuto fare i conti con la percezione del tempo che non posso più vivere come qualcosa di infinito, ma come una risorsa esauribile e pertanto va vissuto al meglio senza buttarlo e sarebbe stupido contare gli anni passati ma è necessario valutare il tempo a disposizione, basandomi su una vita media e se ci penso non è poi così tanto rispetto a quello già trascorso sin qui. Un altro aspetto da non sottovalutare è il cambiamento di ruolo nel senso che la vita lavorativa è agli sgoccioli (per fortuna) avendo firmato il pre pensionamento, mio figlio sta acquisendo la propria totale indipendenza ed è probabile che si apra in un tempo non troppo lontano una nuova dimensione e un nuovo spazio da dedicare a me stesso.
Devo anche dire che le esperienze passate mi hanno fortificato inducendomi a ridurre le relazioni superficiali, mantenendo solo i legami più autentici e profondi e compiere 60 anni, per quel che mi riguarda, diventa un momento di rinnovata libertà, che non vuol dire fare ciò che si vuole, ma poter agire senza subire costrizioni esterne, operando esclusivamente e in modo totalmente autonomo per il mio bene e per i miei obiettivi che mi prefiggo ogni anno e che cerco sempre di raggiungere. E l’Amore? Concentrarmi su me stesso e sul mio benessere può rendermi più aperto e disponibile a incontrare qualcuna di speciale, portando a momenti in cui l’Amore si presenti in modo inaspettato.
Concludo questa mia pubblica esternazione prendendo le parole di qualcuno che diceva che il tempo è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo si può vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo si vive in lunghezza, in modo costante, monotono e routinario, dopo sessant’anni, si hanno sessant’anni e mi pare lapalissiano. Se invece lo si vive in larghezza, con alti e bassi, innamorandoci e magari facendo ancora qualche pazzia, allora a sessant’anni ne avremo solo trenta. Il problema di fondo è che questa società studia da anni come allungarci la vita, quando invece bisognerebbe allargarla!!
Queste parole le faccio mie e per allargarmi da subito la vita mi faccio un bene infinito stappando per i miei 60 anni una bottiglia di Chablis Premier Cru Foret annata 2011 di 13,0 ° vol del Domaine che reputo il più importante e il più pregiato di tutta la denominazione, vale a dire il Domaine Francois Raveneau.
Il Domaine Raveneau è stato fondato nel 1948, grazie al matrimonio di due delle famiglie più prestigiose di Chablis: i Raveneau e i Dauvissat, Francois Raveneau ha creato la sua tenuta insieme alla moglie ed è stato il primo della famiglia a imbottigliare i propri vini. Negli anni 60/70 del secolo scorso ha acquisito vigneti tra i quali alcuni dei migliori Grand Cru di Chablis.
In quegli anni, dopo aver assaggiato una bottiglia di vino Raveneau, un importatore americano decise di promuoverlo negli Stati Uniti e da quel momento i vini della tenuta entrarono a far parte dell'élite dei grandi Chablis. In seguito, Jean-Marie e Bernard Raveneau presero le redini dell'azienda e insieme alla famiglia Dauvissat, sono stati tra i pochi a rimanere fedeli alla vendemmia manuale, all'affinamento in botte, al controllo delle rese e alla garanzia che le uve raggiungessero la perfetta maturazione. Essi coniugano costantemente la mineralità del terroir con le note mielate della piena maturazione, il tutto avvolto dall'affinamento in botte, dando vita a uno stile unico che ne ha garantito un ampio successo internazionale. Anche se la competizione per la perfezione si fa sempre più intensa, i vini dell'azienda mantengono un carattere incomparabile anche dopo un invecchiamento di quindici-vent'anni. La figlia di Bernard, Isabelle, e suo cugino Maxime sono entrati a far parte dell'azienda e ne portano avanti la tradizione. Hanno ulteriormente affinato i vini, soprattutto grazie alla nuova cantina più spaziosa, che consente una minore manipolazione e un ridotto utilizzo di SO2. I vini hanno acquisito morbidezza e si presentano molto più rilassati in gioventù. L'intera gamma offre un'espressione raffinata e precisa di ogni terroir.
Ma veniamo a questo Premier Cru stappato in una giornata caldissima e che versato nell’ampio balloon tipo “Burgundy” si presenta di un bellissimo color oro tendente all’ambra, limpido e brillante su tutta la superficie; dopo un filo di riduzione immediatamente in dissolvenza, il naso si presenta decisamente caleidoscopico visto che si parte da un accenno delicato di agrumi, di limone e pompelmo per passare a frutta a polpa bianca, su tutti l’albicocca, per poi virare su nuances gessose, ma soprattutto cremose di vaniglia e di burro salato a volontà. Chiude con un leggera percezione di zafferano. In bocca ritornano con immediatezza i rimandi olfattivi agrumati e l’intero palato è aggredito a valanga dalla cremosità del burro, da un tocco di salinità e da un leggero retrogusto di mandorle leggermente tostate. Meravigliosa acidità che si sposa magnificamente con una mineralità salina e quel che conquista è un’ estrema pulizia in bocca, e nonostante la struttura ricca ed imponente, mai opulento. Un fantastico Chardonnay di un produttore top, all’apice della sua maturità ed aperto al momento opportuno per festeggiare un traguardo non banale.
Questo è davvero un vino che ti allarga la vita, di non facile reperibilità per questa annata e se ancora riusciste a trovarla su qualche scaffale di un’enoteca il suo prezzo è decisamente importante visto che non lo porterete a casa a meno di 450 euro, ma per festeggiare 60 anni ne può valere la pena!! Gli anni in fondo sono solo un numero ed occorre essere sempre positivi sulla vita, sull’energia mentale e il benessere personale e mi auguro che il mio spirito vitale e le mie passioni continuino a contare più della mia carta di identità!
Alla prossima…..