Some people seek their fortune on the turn of a card

or throwing some bones in a whiskey glass

‘Cause if you wanna seek your fortune, need a lot of luck

i was standing there when the lightning struck



(In the stars – 2026 ROLLING STONES)



Non ho mai fatto mistero di essere un fan dei Rolling Stones e pertanto non potevo lasciarmi scappare il 25° album in studio della loro discografia ufficiale, uscito  il 10 luglio  dal titolo Foreign Tongues, un doppio vinile con 14 tracce di cui 12 inedite e due cover, una di Ami Winehouse e l’altra di Chuck Berry. L’LP mi è arrivato il 14 luglio e per non farmi mancare nulla l’ho già ascoltato 3 volte e ne sono rimasto affascinato perché, per quel che poco che capisco di musica, mi è sembrato davvero completo, dove accanto al rock trovano spazio anche il country, il pop il classico sound blues degli Stones e l’immancabile pezzo cantato da Keith Richards. Tra l’altro in questo album si sprecano collaborazioni coi fiocchi, da Robert Smith dei The Cure che presta la sua chitarra in Divine Intervention, a Steve Winwood che suona organo e pianoforte in  ben nove brani , il cameo di Paul McCartney con il suo iconico Hofner 500/1 Violin Bass acquistato nel 1961 ad Amburgo per 30 sterline, che impreziosisce l’intero album e infine una traccia della batteria del compianto Charlie Watts che ha lasciato questo mondo e la band nel 2021. Non so che musica amiate ma vi consiglio di ascoltarlo su Spotify anche senza fare come il sottoscritto che ama il suono analogico del vinile e non ve ne pentirete. Questa nuova pubblicazione però mi spinge a fare qualche considerazione su Mick Jagger & Co. che sembrano aver fatto un patto col diavolo che dura dai lori esordi dei primi anni sessanta del secolo scorso confermato, estremizzando, con il loro brano Sympathy for the devil (simpatia per il diavolo) del 1968. Stiamo parlando di un trio, Mick Jagger, Keith Richards e Ron Wood, 83 anni suonati i primi due e 79 il terzo che, se guardiamo l’anagrafe sono in quella fase in cui  dovrebbero fare i conti con il tempo, mentre loro sembrano un’anomalia perché lo sfidano e questa cosa mi fa letteralmente impazzire. Ogni anno che passa si ha quasi sempre la sensazione che sia giunto il momento che appendano chitarre e microfoni al chiodo, ma ogni volta ci si sbaglia di grosso. Quello che stupisce non è solo la longevità di uomini che hanno cavalcato la vita fatta di abusi ed eccessi, mitigati nel corso del tempo e che nonostante tutto li vede ancora vivi e vegeti, ma è la vitalità atletica e vocale davvero sbalorditiva di Jagger e quella strumentale di Keith e Ron, ma non solo. Da tempo in età da pensionati, si guardano bene da personificare questo status di terza età e continuano da oltre sessant’anni a credere in quel che fanno sfornando musica sempre al passo coi tempi, incuranti del tempo che avanza, come dei veri highlanders e generando nei fans (compreso il sottoscritto) quell’idea di immortalità che solo loro riescono ad infonderti. Gli Stones, in tutto questo sembrano essere simili a un Dorian Gray dei giorni nostri, mantenendo intatta una giovinezza musicale fuori dal comune, nonostante esteticamente siano soggetti all’usura inesorabile del tempo, ma questo è solo un dettaglio, al punto che davvero il suo scorrere pare non li riguardi. In sintesi i Rolling Stones non solo sfidano il tempo, ma l’hanno anche fermato. Di recente anche Paul McCartney è tornato in sala di incisione con un album davvero bello pieno di riflessioni sul passato pre-Beatles e su una giovinezza figlia di un ricordo lontano, mettendosi completamente a nudo, a tratti malinconicamente vulnerabile, mentre gli Stones suonano come se il tempo non li riguardasse, come se fossero sospesi, quasi vivessero in un’altra dimensione in cui riescono a governare lo spazio-tempo a proprio piacimento. In sintesi un album magistrale, uno dei migliori di tutta la loro discografia e che ti dà davvero la sensazione che siano davvero immortali…...

Nella Loira orientale c’è un piccolo villaggio dal nome Chavignol già rinomato per la produzione del formaggio di capra, il migliore di tutta la Francia e che ho visitato un paio di volte, avendo sempre la sensazione che il tempo si sia fermato e anche uno dei suoi vignaioli migliori, tale Pascal Cotat ha la grandissima capacità di dar vita a vini che sfidano il tempo, arrogandosi il diritto dell’immortalità. Pascal Cotat ha una produzione minuscola, terreni vitati situati sui ripidi pendii dei Monts Damnès coltivati eroicamente con l’ausilio di un argano. Prima di lui il padre Francis, già carrozziere di Sancerre, capostipite di una viticoltura di qualità. Pascal e il cugino Francois hanno ereditato dividendosi la tenuta familiare di poco più di  2,3 ettari; dirvi chi sia il migliore tra i due è davvero difficile, ma a mio parere Pascal sta a Mick Jagger, come Francois sta a Keith Richards. Oggi il lavoro di Pascal è svolto nel totale rispetto della natura, mantenendo una  tradizione che  costituisce il punto di partenza e di arrivo di ogni scelta, sia che si tratti della gestione della vigna, sia che si tratti della vinificazione e dell’affinamento in cantina. Le vendemmie, come ogni altra lavorazione in vigna, sono effettuate a mano. Pascal utilizza solamente lieviti autoctoni al fine di esaltare l’espressione territoriale dei suoi vini. Le botti dove riposa il vino hanno un’età media di 60 anni. I suoi Sancerre (Sauvignon Blanc) sono semplicemente spettacolari e sfidano il tempo, come la “La Grande Cote” annata 2012 di 13,0° vol, che ho degustato in una giornata assolata con in sottofondo la musica dell’ultimo album degli Stones. Versato nell’apposito bicchiere da degustazione si svela cromaticamente di un bel colore giallo paglierino tendente all’oro antico, limpido e brillante su tutta la superficie. Al naso è inebriante perché si è inondati da aromi di frutta gialla, di susine, di pere mature ed a seguire una deliziosa parte agrumata di limone e di cedro. Lasciato ulteriormente ossigenare si avverte una nota quasi impercettibile di zenzero, una parte floreale di gelsomino, ma è soprattutto il sentore di erbe aromatiche fresche e non essiccate che  avvolge sul finale le cavità nasali. In bocca entra con estrema morbidezza e con una oleosità salivante che induce al successivo sorso; acidità in bella evidenza, minerale e gessoso allo stesso tempo, ti rapisce per la sua freschezza ma anche per una tensione mai doma ed in bocca dà l’impressione di un vino stratificato dove i sapori non arrivano tutti insieme, ma si svelano in momenti diversi. Un Sauvignon perfettamente bilanciato, equilibrato e dotato di un’armonia fuori dal comune con un finale lunghissimo e leggermente sapido, elegante, goumand, dal piacere immediato ma che si distingue per un’eleganza d’antan che fa tutta la differenza del mondo. Un vino decisamente senza tempo per il quale occorrono 75 euro per acquistarlo se ancora lo trovate, ma vi assicuro che sarebbero spesi alla grandissima!! Continuo a sorseggiare questa magia senza tempo ascoltando le note di Side effects (seconda traccia side D dell’album),musicalmente un pezzo figlio di un mix di blues e rock energico e che  descrive in modo diretto le conseguenze fisiche e psicologiche dell'eccesso, menzionando tremori, sudorazione notturna e il senso di dipendenza. Il brano riflette sul prezzo da pagare per tali eccessi  e sul conflitto interiore tra realtà e sostanze chimiche, definendo la dipendenza come "la droga perfetta". Detto ciò, degustando questo Sauvignon si ha proprio il desiderio di eccedere in una sorta di eterno eccesso,  catapultati in una dimensione temporale senza ritorno.

Alla prossima e…. lunga vita ai Rolling Stones!!!