Non so se sono un attore che gareggia

o un corridore che recita…


(Steve McQueen)


Nel celebre brano Vita spericolata (1983), Vasco Rossi inserisce nel testo: “Voglio una vita come Steve McQueen…” che rimane impresso nella testa di chi ascolta (o almeno nella mia) al punto di capire il perché di questo riferimento. Innanzitutto considero Steve McQueen uno degli attori più celebri ed influenti del cinema americano degli anni sessanta/settanta del secolo scorso e ritengo che possa essere annoverato come un vero e proprio mito ed icona ancora ai giorni nostri. Vasco citandolo rimembra l’immagine di un uomo ribelle, affascinante, anticonformista che viveva al massimo ogni giorno della sua vita. Ci ha lasciato troppo presto per una crisi cardiaca, il 7 novembre 1980, a 50 anni, affetto da mesotelioma pleurico, provocato dall’amianto presente nelle tute degli anni ‘60 dei piloti e consumato da un intervento per un tumore allo stomaco. Pochi film, ma quasi tutti indimenticabili, tra i più noti I magnifici sette (1960), La grande fuga  (1963), Getaway (1972) e quello più celebre in condivisione con Dustin Hoffman, vale a dire Papillon del 1973.

Nella sua carriera ha quasi dato la sensazione di non far parte del mondo del cinema, talmente fosse schivo ed allergico alla mondanità, come se fosse passato lì per caso ed era proprio così perché la sua più grande passione non era il set ma era legata alle competizioni automobilistiche.

Sul set non ha mai voluto controfigure, come se volesse ogni volta sfidare la morte e con un solo obiettivo, quello di portare sugli schermi un film dedicato alle corse e ci riuscirà con dispendio di denaro e con fatica uscendo nelle sale cinematografiche nel 1971 con  Le Mans, che inizialmente venne stroncato dalla critica per una trama abbastanza esile e dai connotati troppo documentaristici, ma che nel tempo è stato rivalutato diventando un vero e proprio cult movie nel suo genere. Il film è di per sé iconico sin dalle prime immagini, dove il popolare attore sfreccia nelle lande francesi a bordo di una Porsche 911 S color grigio ardesia, al punto che alla fine delle riprese decise di acquistarla dalla produzione per aggiungerla alla propria collezione privata.

Per le riprese, il capo attrezzista del film, si rivolse a Jack Heuer (per capirci quello degli odierni cronografi Tag-Heuer) per l’equipaggiamento cronometrico; Steve McQueen era amico del pilota svizzero professionista Jo Siffert, sponsorizzato da Heuer e quando iniziarono a girare le riprese, l’attore che voleva essere simile a quel pilota, decise di indossare una tuta identica di color bianco, sulla sinistra due fasce verticali color blu e arancione con il celebre marchio di lubrificanti e carburanti Gulf e all’altezza della spalla destra il marchio Heuer. Ma McQueen fece di più ed indossò al polso destro quello che oggi è uno dei cronografi vintage più ricercati sia per la sua estetica, sia per la sua valenza culturale, vale a dire l’Heuer Monaco. Inconfondibile  con la sua cassa quadrata, il blu elettrico del quadrante e la configurazione con la corona a sinistra e i tasti cronografici a destra, rivoluzionari per l’epoca. Un orologio diventato leggendario al polso di un uomo antieroe, mai in cerca del successo o della celebrità che, senza saperlo ha contribuito a renderlo immortale. E’ il mio orologio preferito in assoluto, costo odierno intorno agli 8.000/10.000 euro.

Ci sono aziende vinicole che non ambiscono ad avere i riflettori addosso, che non bramano le luci della ribalta e che, nel loro essere quasi disincantati hanno la capacità di dar vita a vini a mio modo di vedere immortali, leggendari ed iconici. Siamo in Borgogna, nella mitica Cote  de Beaune e più precisamente nel villaggio di Meursault, dove il Domaine Albert Grivault contribuisce ogni giorno a dar vita a vini sensazionali con il dono dell’immortalità al pari dell’iconico cronografo di Steve McQueen. Entrambi di sicuro sono un vero e proprio status symbol. 

Una tenuta di 6 ettari fondata da Albert Grivault nel 1879, oggi gestita dai suoi discendenti. Alla morte di Albert nel 1909, la tenuta fu poi gestita dalla vedova 

seguita poi dalle figlie Berthe e Mathilde. Superarono la crisi del 1929 e le guerre e nel 1980, i nipoti di Albert Grivault presero le redini dell'azienda.
Dal 2004, la tenuta è gestita da Claire Bardet, direttrice aziendale, coadiuvata da Henri Marc, responsabile della vinificazione, e con la consulenza di Michel, che partecipa tuttora all'affinamento dei vini in cantina e alla loro commercializzazione. 

Oltre 5 ettari dedicati ai vini bianchi, suddivisi in quattro denominazioni: Bourgogne Blanc, Meursault Village, Meursault Perrières (Premier Cru) e Meursault Clos des Perrières (Premier Cru), un monopolio  recintato di un ettaro della tenuta. Vini di qualità eccezionale: eleganza, aromi complessi e notevole persistenza. Un vino rosso: Pommard Clos Blanc (Premier Cru), una AOC confinante con Les Epenots.

Ho degustato il loro Meursault Perrieres Premier Cru annata 2019 di 14,0 vol°, un fantasmagorico Chardonnay in purezza che cresce in un vigneto di 1 ettaro e mezzo circa, la cui etimologia (Perrières) indica la presenza di antiche cave dove nel passato si estraeva la pietra di Chassagne. 

Il vigneto si trova su un pendio esposto a sus-sud-ovest e l’età media delle viti e di circa 40 anni, con una produzione media di 9.300 bottiglie all’anno. Il vino prodotto con vendemmia 2015 è stato premiato come “eccezionale” nella 101esima edizione del Tastevinage allo Chateau de Vougeot sede della famosa Confrerie du Chevalier du Tastetevin.

Il prezzo di acquisto è importante visto che dovrete spendere non meno di 150 euro se lo vorrete sulle vostre tavole, ma di fronte alla qualità e all’iconicità di questo vino, il suo valore passa in secondo piano.

Ma veniamo alle note di degustazione di questo vera opera d’arte che, versata nell’ampio balloon tipo “Burgundy” si svela cromaticamente di un bel colore oro zecchino, limpido e brillante su tutta la superficie. Non occorre avvicinare il naso al bicchiere, ma sono gli intensi profumi che vengono a rapirmi in un tripudio di iniziali sentori agrumati di limone maturo e cedro ed a seguire frutta a polpa gialla, frutta tropicale su cui svetta il mango per poi incedere con note floreali di fiori bianchi. Lasciato ulteriormente ossigenare fa emergere accenni di crema di limone, nuances burrose, stecca di vaniglia e un leggiadro tocco di rovere.

In bocca è meraviglioso!!! Super morbido, sublime e strutturato allo stesso tempo, dove spicca un’elevata acidità, un bellissimo corredo minerale e una presenza gustativa che inonda vertiginosamente tutta la cavità orale con i rimandi fruttati e cremosi e con note burrose eleganti e raffinate e che dire del finale lungo e infinitamente persistente capace di avvolgerti completamente da un’intrigante astringenza e da una sapidità che conquista sin dal primo sorso. Un vero capolavoro, un Meursault semplicemente pazzesco!!!!

Steve McQueen era solito consumare alcolici e amava anche il vino; ci sono alcuni scatti in cui lo si ritrae con un calice in mano per certi versi in linea con lo stile di vita “spericolata”  che lo rese celebre, anche se nella sua quotidianità lo accompagnava solo ai pasti. Era più famoso per la passione  verso le birre ghiacciate dove primeggiava la Old Milwaukee, una classica lager americana economica e molto popolare che rifletteva perfettamente il suo stile di vita lontano dagli sfrenati lussi hollywoodiani, ma se avesse degustato questo Meursault, sono certo che avrebbe fatto sicuramente un’eccezione!!

Alla prossima…...