Oh, no, don’t be shy

You need a crowd to cry
Hold me
Thrill me
Kiss me
Kill me


( Hold me, Thrill me, Kiss me, Kill me – 1995 U2)


Avevo 17 anni, era il 1983,  quando ascoltai per la prima volta gli U2, quelli di Paul David Hewson in arte Bono, David Howell Evans in arte The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen. Ricordo che ci si trovava sempre nei pressi della casa di un amico attendendo che si completasse la compagnia e mentre si aspettava si parlava di tutto, soprattutto di ragazze e musica. Gli U2 in quel periodo furono un buon argomento visto che era un gruppo musicale che si stava facendo conoscere anche in Italia e che rappresentava una band irlandese, che se ne usciva con un rock alternativo quasi post punk e new wave e che nel tempo si sarebbe fatta influenzare anche dall’elettronica. Ascoltavamo Sunday bloody Sunday e New Year’s day quasi allo sfinimento  e senza dar peso al significato socio-politico di quei brani perché quel che ci interessava era il sound che spaccava nelle feste a cui partecipavamo nel fine settimana, nella taverna di una nostra amica.

Quando sono in auto ascolto solo Virgin Radio e qualche giorno fa ho risentito un loro brano che quando usci mi rapì musicalmente e che fecero espressamente quale colonna sonora del film Batman Forever che uscì sugli schermi nel 1995 e che vedeva Bruce Wayne affrontare una doppia minaccia a Gotham City: Due Facce, un ex procuratore sfigurato in cerca di vendetta, e l'Enigmista, un geniale scienziato pazzo. Con l'aiuto dell'orfano Dick Grayson (Robin) e della psicologa Chase Meridian, Batman doveva fermare i loro piani di controllo mentale. Non sono una fanatico della saga dell’uomo pipistrello e se non ricordo male non andai a vederlo al Cinema, ma quella canzone mi restò scolpita nella mente.

“Hold me, Thrill me, Kiss me, Kill me può essere definito come una sorta di manifesto ironico sulla celebrità in una riflessione sul rapporto di amore-odio tra le rockstar e i loro fans. E’ uno sfogo autobiografico della band, ma più precisamente di Bono che in quel preciso periodo di enorme e travolgente successo è come se camminasse su una sottilissima lama di un rasoio in un difficile equilibrio tra l’essere un eroe idolatrato dal pubblico (Batman) o cadere in un personaggio anticonformista e vittima delle proprie intemperanze (antidivo/cattivo).

Il titolo è davvero emblematico, Abbracciami, emozionami, baciami, uccidimi, è come una lenta trasformazione di una relazione (star – fan) che passa dal desiderio al tormento, all’ossessione e termina con la distruzione. E’ la classica metafora della celebrità e della sua dipendenza quasi tossica, al punto che il successo, seppur bramato sfocia nella costante pressione di dover continuamente stupire per rimanere sulla cresta dell’onda.

Gestire il successo è la cosa più difficile che ci possa essere, se vinci ti chiederanno sempre di vincere….

Nel meraviglioso mondo enologico, ci sono stars riconosciute a livello internazionale che non hanno più bisogno di dover continuamente stupire per non essere scalzate da una reputazione costruita nell’arco di decenni. Ci sono vignaioli che sono divi e antidivi allo stesso tempo e se devo rifermi a qualcuno in particolare mi sovviene il nome di Angelo Gaja.

Gaja è un divo perché i suoi vini sono diventati un vero e proprio culto, paragonabili ai grandi Chateau francesi, perché ha rivoluzionato la viticoltura piemontese sfidando le tradizioni ed introducendo vitigni internazionali quali il Cabernet, il Sauvignon e lo Chardonnay e l’uso della barrique e poi perché con la sua cura per i dettagli e la  strategia di marketing ha saputo sdoganare al meglio il suo prodotto.

E’ un antidivo perché è rimasto fedele al suo territorio rimanendo nella sua piccola Barbaresco e  ha saputo valorizzare al massimo il suo vino capace di competere con il Barolo e con i fuoriclasse internazionali e ultimo, ma non ultimo, se un’annata non lo convince preferisce vendere sfuso il vino piuttosto che uscire sul mercato a tutti i costi con un’etichetta non all’altezza.

Gaja è un autentico visionario al punto che di recente ha individuato nell’Alta Langa e nei vini bianchi il nuovo grande potenziale della viticoltura piemontese e in altri tempi sarebbe stato definito un eretico.

Nel concreto, ha già inaugurato un’imponente struttura di 6.500 mq a Trezzo Tinella (Cuneo) dedicata esclusivamente alla vinificazione di uve a bacca bianca e che andrà a sviluppare un’area collinare a quote elevate e con ottime escursioni termiche che gli consentiranno di preservare la freschezza e l’acidità, caratteristiche essenziale per i grandi vini bianchi.

Gaja non è nuovo a questi coup de theatre visto che nel lontano 1972, il produttore sfidò la tradizione piemontese, a quei tempi legata esclusivamente ai rossi, piantando Chardonnay dal quale sarebbe nato il suo celebre Gaia & Rey. 

In attesa dei suoi nuovi vini, ho voluto degustare un altro suo bianco, vale a dire il Vistamare 2022 – Ca’ Marcanda di 13,5° vol. , sotto la denominazione Toscana Igt, un blend di Vermentino (fermentazione in acciaio) e Viognier (fermentazione in legno), affinato in legno.

Gaja acquista la cantina nei pressi di Bolgheri negli anni ‘90 ed il suo nome (Cà Marcanda) è un’espressione tipica dialettale piemontese per identificare le lunghissime trattative intercorse per l’acquisizione dell’intera tenuta. Questo sito posto nelle vicinanze del mare, con una luce particolare, con i suoi colori intensi e con le sue foreste collinari attirarono l’attenzione di Gaja che non esitò a volerne acquistare l’intera struttura.


L’impianto dei primi vigneti risale al 1996, mentre la costruzione della cantina ebbe inizio due anni più tardi. La cantina è interrata e ricoperta da vegetazione autoctona. Il design delle etichette di Ca’ Marcanda rende omaggio in modo simbolico al viale di Bolgheri, rappresentandone in forma stilizzata la prospettiva incrociata dei cipressi verso l’orizzonte. Ma veniamo alle note di degustazione di questo vino decisamente estivo e che si svela con una bella cromatura di color giallo mediamente intenso tendente all’oro zecchino e che al naso si apre con nuances di frutta a polpa gialla, pesca e susina, ma anche agrumate di lime e cedro e di frutta tropicale quale l’ananas maturo e il litchi. Lasciato ulteriormente ossigenare fa emergere decise note di burro salato, accenni di vaniglia,  guscio d’ostrica, erbe aromatiche e sentori di fieno essiccato al sole di luglio. In bocca è morbidissimo e dotato di una sferzante freschezza, con un corollario gustativo che riprende con intensità i rimandi fruttati olfattivi; acidità media e soprattutto una sapidità lussureggiante al punto che si ha la sensazione di essere inaspettatamente travolti da un’onda marina, avvertendo quella strana sensazione di sapore di sale sulla pelle. Persistentemente lungo, chiude con un retrogusto amaricante che gli imprime un non so che di austero e vigoroso. Degustato alla cieca l’avrei certamente scambiato per un bianco del Rodano meridionale al limite Provenzale,  come il Petit Salè dello Chateau de Roquefort ; a mio modo di vedere è un vino eccellente che esalta al meglio  l’internazionalità dei vitigni che sa esprimere il territorio di Bolgheri e la maestria di un viticolture lungimirante come Gaja. Il prezzo rasenta i 50 euro a mio avviso spesi bene se lo si vuol servire con ostriche, una tartare di pesce o ancora meglio  con uno spaghetto con i ricci di mare. Mentre sorseggio questo vino, con in sottofondo le note di questo successo degli U2, mi sovviene che Bono, in un’intervista abbia dichiarato che ogni artista si nutre e trae ispirazione soprattutto grazie al lavoro degli altri che l’hanno preceduto. Angelo Gaja ha tratto la sua principale aspirazione dalla tradizione vinicola francese e questo bianco è una chiara testimonianza. E allora abbracciami, emozionami, baciami e uccidimi inondato ed affogato da sensazioni uniche!

Alla prossima…..