Nothing ever stays
Nothing comes to mind
No one can erase
The days we left behind
(Days we left behind – 2026 PAUL McCARTNEY)
Mentre sto scrivendo, ascolto su Spotify l’ultimo album (il diciottesimo da solista) del leggendario ex Fab Four Paul McCartney dal titolo The boys of Dungeon Lane. Sarebbe semplicistico affermare che “Sir” James Paul McCartney sia un cantautore, compositore, polistrumentista, produttore discografico ed attivista britannico che ha raggiunto la fama mondiale come cantante e bassista dei Beatles insieme a John Lennon, George Harrison e Ringo Starr. Ancor più semplicistico sarebbe citare alcuni suoi brani che sono entrati nella leggenda planetaria, da Yesterday a Hey Jude passando per Let it be , Penny Lane e Eleanor Rigby con i Beatles o ancora Live et let die, Blackbird e Band on the run da solista e con il suo gruppo (Paul McCartney & the Wings). Innanzitutto McCartney è un uomo da sempre con una grande determinazione e maniacalmente perfezionista in tutto quel che fa ancora oggi, nonostante l’età non più verde (84 anni appena compiuti). A mio parere appartiene alla categoria dei geni che hanno saputo dare una svolta alla musica contemporanea, prima con i Beatles, poi con gli Wings ed infine da solista, lontano anni luce dal clichè della rockstar maledetta, anche se in passato ha fatto uso di droghe, in particolare di marijuana, dalla quale si è staccato da tempo per dare il buon esempio ai figli e ai nipoti. Uomo romantico ed aggrappato saldamente al valore della famiglia e al legame con la prima moglie Linda morta di tumore nel 1998, fondamentale per esprimere la sua infinita creatività di compositore senza eguali. Ultimo, ma non ultimo, da sempre devoto alle cause ambientaliste e alla difesa del pianeta e di un sano stile di vita. Non vado oltre perché dovrei scrivere un libro per parlare di lui e per farlo dovrei essere dotato del suo genio e della sua verve che purtroppo non dispongo. Dungeon Lane è una strada situata a Liverpool, nel sobborgo di Speke ed è una via che costeggia l’aeroporto cittadino e conduce verso le rive del fiume Mersey. L’album è la sintesi bellissima di una profonda riflessione sugli anni formativi dell’artista a Liverpool, sulla scoperta della musica e sulle prime esperienze, inizialmente di amicizia ed in seguito musicali, con John Lennon e George Harrison, in una sorta di rievocazione di ricordi della pre-fama dei Beatles, passati attraverso interminabili pomeriggi, bar e live sessions musicali. L’ho ascoltato più volte e devo dire che questo LP è musicalmente eclettico visto che le canzoni non sono monocorde, ma attraversano stili diversi, in cui si passa dal rock alle atmosfere e al sound dei Beatles, per poi virare su ballate struggenti che rivelano il lato più fragile ed intimista di McCartney, che sa guardarsi dentro nel profondo dell’anima, riuscendo (quantomeno col sottoscritto) a portarti a condividerne pensieri e sentimenti. Il brano più emblematico e per me già iconico è: Days we left behind (trad. Giorni che ci siamo lasciati alle spalle) il cui ritornello riportato in prefazione alla recensione recita quanto segue:
Niente resta per sempre
niente mi viene in mente
nessuno può cancellare
i giorni che ci siamo lasciati alle spalle
Apparentemente potrebbe sembrare che la canzone tratti il passato e i giorni trascorsi come qualcosa di nostalgico e di statico, evidenziandone tutta la fragilità, mentre in realtà è una riflessione sulle esperienze e sulle emozioni che ritornano alla mente e che devono essere di ispirazione per andare avanti, ripensando a quando tutto è iniziato. La bellezza di questo brano sta anche nel fatto che la sua voce non ha più l’estensione o la potenza dei suoi anni d’oro, ma la sua autenticità dà un senso di vulnerabilità in netta contrapposizione all’inesorabile scorrere del tempo e ascoltandolo e leggendo la traduzione non ho potuto non tornare indietro nel ricordo di quanto tutto è iniziato nella mia passione per il vino, rimembrando con tenerezza e consapevolezza il viaggio che avrebbe cambiato la mia vita enologica per sempre: Borgogna 2006. Sono passati 20 anni da quell’esperienza memorabile che avrebbe mutato il paradigma, la mia visione d’insieme per sempre. Ogni volta riparto da lì ed il ricordo, seppur struggente è linfa vitale per andare avanti nella mia infinita passione. Per ricordare questi 20 anni e per augurare lunga vita a un genio musicale al grido di “God save Macca” (slang britannico del suo cognome) ho stappato il Marsannay “Le Chapitre” annata 2019 del Domaine Jean Fournier di 13,7° vol. . Siamo logicamente in Borgogna, nelle Cotes de Nuit, dove albergano i migliori Pinot Noir al mondo e dove la famiglia Fournier è presente a Marsannay fin dal XVII secolo. A metà del XX secolo, la tenuta di famiglia era una modesta azienda gestita dal viticoltore Henri Fournier, che vendeva il suo vino ai locali commercianti.
Dopo la sua morte nel 1960, il figlio diciassettenne Jean, insieme alla moglie e alla figlia, prese le redini dell'azienda. Jean Fournier smise gradualmente di vendere il vino sfuso per concentrarsi sulla ristorazione, inizialmente vendendo botti e poi bottiglie. Visto il successo ottenuto, espanse la vendita dei vini del Domaine a livello internazionale. Nel 1990, il viticoltore acquisì anche i vigneti Clos du Roy, Chapitre ed Es Chezots.
Suo figlio Laurent si unì a lui nel 2001 continuando il lavoro iniziato dal padre e sviluppando un approccio meno interventista all'agricoltura, ottenendo la certificazione biologica. Gli anni successivi sono stati caratterizzati dall'acquisto e dalla piantumazione di appezzamenti, in particolare Croix Violette nelle Côtes de Nuits e dall'acquisizione parziale del Domaine Marc Brocot nel 2018, nelle denominazioni Aloxe-Corton, Marsannay (blanc) e Pernand Vergelesses. Ma veniamo alle note di degustazione di questo superbo Pinot Noir, un vin de village prodotto in poco più di 5.000 esemplari da due vigneti, di cui uno sito nel cuore storico intorno al casale e piantato nel 1950 e l’altro da un giovane vigneto piantato nel 2010 su pendii piuttosto ripidi esposti ad est ed i terreni sono dominati da ooliti bianche, oltre a marne bruno chiaro nel settore settentrionale. Le viti più vecchie sono arate con i cavalli ed il lavoro viene svolto manualmente senza trattori; vendemmia con raccolta manuale in piccole cassette da 15 kg e con rigorosa selezione in cantina. Fermentazione spontanea con lieviti indigeni con il 50% di grappoli interi, moderate follature e rimontaggi, affinamento in botti da 600 e 228 litri (circa il 25% di rovere nuovo) per 12 mesi. I vini vengono poi assemblati prima di essere rimessi in botte e affinati per 6 mesi in demi-muid. Versato nell’apposito balloon tipo “Burgundy” si presenta di un bel colore rosso rubino intenso, uniforme e quasi impenetrabile, con una cromatura decisamente più carica rispetto agli standard del Pinot Noir a queste latitudini. Al naso emergono sentori fruttati di ciliegia marasca, lampone e susina ed a seguire note floreali di violetta di campo; dopo averlo lasciato ulteriormente ossigenare nel bicchiere avverto sensazioni aromatiche di spezie, di tostatura di caffè, cuoio e tabacco dolce. Chiude con nuances balsamiche di liquirizia. In bocca predomina una leggiadra morbidezza, con l’intero arco palatale attraversato da una sottile dolcezza molto suadente e carezzevole. Tannino completamente svolto, bella acidità, ma colpisce una spiccata mineralità in un corollario gustativo che riprende magnificamente i rimandi fruttati olfattivi. Lunga la persistenza, chiude con un retrogusto di caffè dolce. Bottiglia che trovate sugli scaffali dell’enoteca ad un prezzo di c.ca una cinquantina di euro, spesi benissimo!!! Paul McCartney è un grande estimatore di vino rosso. In passato ha dichiarato una netta preferenza per i rossi corposi come i grandi Bordeaux e i Borgogna e sono certo che sarebbe d’accordo con me nel ritenere questo vino all’altezza per celebrare i “giorni che ci siamo lasciati alle spalle”!
Alla prossima…….