Se c’è una cosa che non sopporto è possedere vino contenuto in una bottiglia che  abbia l’etichetta sporca, consunta o danneggiata. I vini che custodisco nella mia cantina sono tutti dotati di un film di pellicola trasparente che mantiene l’etichetta intatta nel tempo. Che beva un vino di 40 anni o di 1 anno, a mio modo di vedere deve mantenere inalterata l’etichetta perché la stessa rappresenta un vero e proprio strumento di espressione di un’identità. Penso che l’etichetta non debba essere vista unicamente sotto il profilo di marketing, di un packaging che sia attrattivo, che colpisca e che influenzi alla vendita, ma quel che è più importante è che possa raccontare una storia e che sia veicolo di un significato esclusivo. Apprezzo moltissimo quei produttori che, nel tempo, non hanno mai cambiato lo stile della propria etichetta lasciandola inalterata come un chiaro ed evidente segno distintivo, al punto da diventarne una sorta di status symbol che non conosce mode e tempo. Ci sono esempi eclatanti; restando nel nostro paese come non pensare al Sassicaia, il celebre “Supertuscan” della Tenuta San Guido del Marchese Incisa della Rocchetta che mantiene dalla sua prima annata una veste grafica inconfondibile, oppure al Trebbiano di Edoardo Valentini su cui da sempre è presente la figura di un personaggio che richiama l’uomo Vitruviano. Se penso alla Francia, due vini top su tutti che mantengono la stessa etichetta sobria da sempre, vale a dire Romanèe-Conti nella sontuosa Borgogna e se penso al Sauternes per eccellenza come non citare Chateau d’Yquem. Apprezzo anche chi ha l’ardire di cambiare etichetta ogni anno raffigurando un tocco d’arte riprendendo i grandi maestri del ‘900 come Picasso, Dali o Warhol e mi riferisco allo Chateau Mouton Rothschild a Bordeaux, che fa tutto ciò dal lontano 1945. L’etichetta, va sempre osservata con accuratezza perché può svelare significati nascosti che solo un occhio attento può far emergere per meglio comprendere il vino che si ha innanzi, ma soprattutto la storia del suo produttore.  Mi è capitato questa settimana di stappare un Sancerre annata 2022 del Domaine Comte Lafond, di 13,0°vol.  che in etichetta pone al centro lo stemma della casata con una scritta in latino: Omnia Pro Petri Sede. Ho il rimpianto di non aver studiato il latino, ma poco importa perché grazie a Google traduttore scopro che significa: Tutto per la sede di Pietro.In sostanza è il motto episcopale ed ecclesiastico che esprime dedizione totale al Papa e alla Chiesa cattolica e rivestì un ruolo fondamentale durante il pontificato di Papa Pio IX articolato su tre aspetti storici principali:

Infallibilità Papale - durante il Concilio Vaticano I (1870) Pio IX proclamò questo dogma accentrando le decisioni dottrinali sulla Sede di Pietro;

Ultimo Papa Re – Pio IX fu l’ultimo sovrano dello Stato Pontificio che difese il potere temporale della Chiesa prima della presa di Roma;

Il Sillabo - nel 1864, con l'Enciclica Quanta Cura e l'annesso Sillabo, condannò il modernismo, il liberalismo e il relativismo per preservare l'integrità dottrinale della Sede petrina.

Sulla scorta di questo motto e della strenua difesa del papato, Pio IX, nel suo pontificato fu solito elargire titoli nobiliari a personalità straniere e diplomatiche quale ricompensa per l’instancabile difesa del potere temporale della Chiesa e della figura del Papa in Europa e per onorare intellettuali che avevano preso le difese della Santa Sede in seguito alla proclamazione della Repubblica romana e all’esilio del pontefice a Gaeta. Nel 1849 Papa Pio IX conferì il titolo nobiliare di Conte romano (Comte) a Etienne Lafond, l’antenato dell’attuale proprietario Barone Patrick de Ladoucette. Questa onorificenza venne concessa per i suoi meriti e per la vicinanza alla Sede di Pietro. Nel 2012, nel mio primo viaggio in Loira, ho visitato lo splendido Chateau du Nozet ubicato a Pouilly sur Loire, oggi quartier generale del Domaine de Ladoucette e quindi anche di Comte Lafond, acquistato dalla famiglia  Lafond nel 1787. Nonostante il tempo davvero infausto con pioggia a secchiate fu una gran bella visita effettuata casualmente in compagnia dell’Ais di Perugia. Ci sono ritornato 6 anni più tardi in una splendida giornata limpidissima e tutto mi è apparso ancor più magnificente.Il conte Lafond, antenato del barone Patrick de Ladoucette, fu il primo della sua stirpe ad acquistare vigneti nella Valle della Loira nel XVIII secolo. Originario della Borgogna, decise di diversificare le sue proprietà vitivinicole.
L'eccezionale qualità di questi vigneti ha permesso al barone Patrick de Ladoucette di consolidare la sua posizione a Sancerre investendo in un vigneto di 35 ettari, comprendente Orme aux Loups, coltivato esclusivamente a Pinot Noir. Questo ha ulteriormente migliorato la sua capacità di produrre vini Sancerre rosati e rossi di straordinaria finezza. Oggi il proprietario di questa storica attività vitivinicola,  ha ampliato le superfici vitate con l'acquisizione di vigneti nelle zone dello Chablis, della Champagne, del Vouvray e dello Chinon. La famiglia de Ladoucette è da generazioni una delle più note produttrici di vino al mondo. Vanta una gamma di vini d’assoluta eccellenza e di fama mondiale, universalmente riconosciuti al vertice della produzione enologica francese. Ma veniamo alle note di degustazione di questo Sauvignon Blanc in purezza nato da vigneti posti su terreni argillo-calcarei e silicei, vinificato con uve pressate a grappolo intero e fermentate a bassa temperatura per poi essere  affinato in serbatoi di acciaio inox per 6/8 settimane per preservare tutta la freschezza e gli aromi fruttati, con un ulteriore affinamento sui lieviti di 3/6 settimane. Si svela cromaticamente di un bel colore dorato, limpido e cristallino su tutta la superficie; al naso emerge in principio la parte agrumata di scorza di arancia e di lime ed a seguire frutta a polpa bianca con in evidenza la pesca. Lasciato ulteriormente ossigenare si distinguono nuances tropicali di litchi e mango. Stranamente non avverto note di pompelmo. Chiude con una accattivante balsamicità di menta fresca. In bocca entra con morbidezza e con estrema piacevolezza di beva, sorretto da una freschezza non indifferente e da una ricchezza gustativa che si traduce in assoluta eleganza. Mineralità in evidenza quasi rocciosa e decisamente interessante la sapidità che solletica le papille gustative in modo persistente. Lungo quanto basta, chiude con un retrogusto intenso e solo impercettibilmente amaricante. Buono il rapporto qualità/prezzo che si attesta sugli scaffali dell’enoteca a circa 35 euro la bottiglia; un sauvignon dal sapore antico, figlio della tradizione e che non delude al palato. Un vino decisamente identitario, come la sua etichetta, per certi versi iconica che sa tramandare la storicità di una famiglia che non solo ha saldamente difeso il papato ma che nel tempo ha saputo preservare ed amplificare la tradizione e la veridicità di un territorio di elezione enologica internazionale.

Alla prossima…..