Ho deciso di perdermi nel mondo

anche se sprofondo

lascio che le cose mi portino altrove….


(Altrove- 2003 MORGAN)


Di recente qualcuno mi ha domandato come mai, a livello musicale, come ispirazione alle mie recensioni faccio molto poco riferimento al cantautorato italiano, prendendo spunto quasi sempre dai brani dei gruppi anglosassoni.

Ho risposto che influisce molto come si è vissuti e soprattutto influiscono le scelte personali che spesso sono state dettate da mio fratello maggiore e se sono cresciuto a pane e Led Zeppelin, il merito/colpa è da ascrivere a lui. 

Nonostante ciò, non posso negare che, pur avendo ascoltato pochissima musica italiana, nel panorama nostrano esistono alcune eccellenze e mi riferisco in modo particolare a Lucio Battisti, che sento molto vicino al mio essere e che a distanza di quasi 30 anni dalla sua morte, risulta ancora oggi modernissimo per il modo di cantare ed interpretare i brani e per i testi scritti a quattro mani con Mogol. Se una star internazionale come David Bowie espresse il desiderio nel lontano 1977 di collaborare con lui, certifica la genialità di un cantautore come ce ne sono stati pochi altri. 

Se però devo parlare di pura genialità artistica associata anche alla sregolatezza, vorrei andare controcorrente soffermandomi su quello che considero il Dr. Jekill & Mister Hyde della musica italiana, colui che ha dato i natali ad uno dei brani più controversi ed intimisti che io abbia mai ascoltato. 

Mi riferisco a Morgan e alla canzone Altrove  edita nel 2003 e tratta dall’album solista Canzoni dell’appartamento (vi invito ad ascoltarla su Spotify o Youtube).

Morgan, pseudonimo di Marco Castoldi è un cantautore, polistrumentista, personaggio televisivo, compositore e fondatore oltre che frontman dei Bluvertigo, gruppo nato negli anni ’90 che proponeva un pop/rock alternativo contaminato da forti influenze new-wave ed elettroniche e con testi spesso riflessivi ed ironici.

Ma non solo. E’ noto per la sua sconfinata ed ineguagliabile cultura musicale, e per essere una figura che divide sempre il pubblico,  per il suo ego smisurato e per la sua vena polemica, ma non è mai banale in tutto quel che pensa e dice, sempre e comunque senza filtri. 

Il testo di Altrove, per certi versi rispecchia il mio essere molto spesso anticonformista e refrattario allo stato attuale di questo mondo e di questa società che va troppo veloce ed è sempre più alla deriva…

Altrove, non è logicamente un luogo fisico ma uno stato mentale che invoglia a liberarsi di posizioni e convenzioni sociali, invitando a ragionare con la propria testa, per non farsi fagocitare da un conformismo spersonalizzante e standardizzante.

Il ritornello, posto a cappello della recensione, è sintomatico in quanto rispecchia il desiderio di perdersi nel mondo pur sprofondando in un caotico smarrimento che induce inevitabilmente a ritrovare sé stesso, riscoprendosi fuori da ogni schema precostituito, che anticipa quella meravigliosa sensazione di dissolvenza, con un forte bisogno di trovare la propria pace interiore.

Questa sensazione si accentua, a livello personale, quando vengo rapito dalle emozioni di una degustazione di un vino che ha la capacità di farmi sentire magicamente altrove. 

Non poteva che essere un Pinot Noir della mia amata Borgogna a farmi sentire in questo modo, una bottiglia di un grande produttore quale è Bernard Dugat-Pycon il suo Gevrey Chambertin “Les Evocelles” Vieilles Vignes annata 2010 di 13,0° vol, un village monumentale come pochi altri. 

Siamo in Cote de Nuits nella Cote d’Or borgognona, nel villaggio leggendario di Gevrey Chambertin dove albergano ben 9 Grand Cru e che ho avuto la fortuna di visitare più volte!!

A Gevrey-Chambertin, la famiglia Dugat-Py è praticamente parte integrante del paesaggio. Bernard Dugat, che nel 1994 ha unito il cognome da nubile della moglie al proprio per creare il Domaine Bernard Dugat-Py, proviene da una lunga stirpe di viticoltori della Borgogna, affermati a Gevrey-Chambertin fin dal XVII secolo.

Fernand Dugat, vivaista, fondò il Domaine Dugat nel 1923. I suoi genitori, Pierre e Michèle Dugat, si aggiudicarono la Tasse d'Or per il miglior Grand Cru rosso, premio conferito da Alexis Lichine, all'epoca figura di spicco della critica enologica, per il loro Charmes-Chambertin del 1972.

Bernard Dugat-Py ha iniziato la sua attività vinicola nel 1975. Da allora, il Domaine si è ampliato, acquisendo in particolare appezzamenti a Pommard, Meursault (2003), Chassagne-Montrachet Premier Cru Morgeot (2004), Corton-Charlemagne e Pernand-Vergelesses Premier Cru Sous Frétille (2011).

Per l'affinamento dei suoi vini, il Domaine Bernard Dugat-Py si avvale delle cantine quasi millenarie dell'Aumônerie de Gevrey-Chambertin.

Oggi il figlio Loïc Dugat, formatosi alla scuola del padre Bernard, sta affermando il proprio stile, con un approccio meno interventista alla vinificazione. I vini mantengono potenza ed eleganza, ma acquistano finezza. I vigneti sono curati come un giardino, con rara competenza e meticolosa attenzione al dettaglio. Provenienti da vecchie viti selezionate con il metodo massale, le uve conferiscono ai vini una densità singolare. Vinificati senza artifici, con una significativa percentuale di grappoli interi, presentano un colore intenso, una forte espressione del terroir, più raffinata rispetto al passato, e rivelano il loro pieno potenziale solo dopo diversi anni di invecchiamento. L'azienda è certificata biologica dal 2015.

Ma veniamo alle note di degustazione di questo Gevrey Chambertin che nasce da un vigneto di soli 0,8 ettari posto all’estremità settentrionale della denominazione, in cima ad un pendio e confinante con il vigneto Premier Cru “Les Champeaux”, con esposizione est/sud-est. Le viti, piantate nel 1950 e con un'età media di 65 anni, affondano le radici in suoli argillo-calcarei ricchi di pietre, a un'altitudine compresa tra 320 e 380 metri.

La vendemmia è manuale, seguita da una vinificazione tradizionale con fermentazione spontanea e un affinamento di 16-18 mesi in barrique di rovere francese, tutte nuove, senza filtrazione finale.

Stappato quattro ore prima di essere servito e versato nell’ampio balloon tipo “Burgundy” un’ora prima di essere degustato, si svela cromaticamente con un colore rosso rubino carico quasi impenetrabile dimostrando che a Gevrey i Pinot Noir sono quelli che in tutta la Borgogna hanno il colore più intenso rispetto alla norma del vitigno. 

Non occorre metterci il naso, ma basta avvicinare il bicchiere per essere pervasi da una meravigliosa concentrazione di frutta rossa, su tutte la ciliegia, al punto che mi ricorda quelle sotto spirito che mangiavo di nascosto prendendole da un barattolo ermetico nella fredda sala della casa di mia zia Franca e a seguire note floreali di viola mammola. Roteato un poco sprigiona terziarietà a go-go partendo da sensazioni di spezie orientali, per proseguire con  note terrose, sensazioni ematiche e poi cuoio, tabacco dolce, tostature di caffè, per chiudere con un deciso tocco di rovere.

In bocca mi catapulta magicamente tra i filari di Gevrey, avvolgendomi il palato con un frutto intenso e con ancora un tannino levigatissimo e sontuoso allo stesso tempo. Fresca beva, decisamente minerale e con un’equilibrata acidità in un corollario gustativo sensuale ed appagante allo stesso tempo. Lunga persistenza su di un retrogusto di cioccolato fondente. 

Questo vino ha la capacità di farmi viaggiare in un’altra dimensione dove c’è solo pace e serenità. Una vera magia!

Gevrey Chambertin, con Vosne Romanèe rappresentano per il mio gusto il gotha mondiale del Pinot Noir!

Un vino sorprendente, un village, che ha i connotati di un Premier Cru, ma purtroppo decisamente poco abbordabile visto che se ancora si ha la fortuna di trovarlo sugli scaffali di un’enoteca occorrerà sborsare un prezzo medio di 300 euro, ma come dice Morgan nella sua canzone: “forse già lo sai, che a volte la follia, forse è l’unica via per la felicità….”

E allora continuo a sorseggiare questo elisir e per un istante applico alla vita puntini di sospensione per perdermi e con esso lasciarmi portare altrove…..

Alla prossima.