La sera, rappresenta un momento di pace, di riflessione introspettiva su quanto è avvenuto nel corso della giornata e a volte, se si scava nel profondo, di ricerca di ricordi che possono addolcire una vita inghiottita da una pericolosa deriva routinaria.

Non so se ciò sia dovuta alla voglia di sentirmi libero e profondamente me stesso, ma di certo mi procura quel benessere terapeutico che aiuta ad affrontare la vita con maggior serenità. Mi capita spesso, di andare a ritroso nel tempo, cercando di ricordare, con malinconica nostalgia, le tappe e l’evoluzione costante della passione viscerale che ho per il vino ed inevitabilmente riparto sempre dallo stesso punto, dal primo viaggio in Borgogna nel lontano 2006.

Non è semplice parlare di questo territorio così straordinariamente vocato e probabilmente sarebbe troppo riduttivo esprimere considerazioni sulla carta, ma quello che mi sento di dire, nonostante combatto per tenere a freno le emozioni che potrebbero fuorviare un giudizio obiettivo, è che si tratta di una terra magica.

Mi ha sedotto dal primo sguardo ed è nato un amore senza compromessi, che perdura e che non si è sopito col passare del tempo, ma che al contrario è costantemente alimentato da un fuoco, tipico di un ardore giovanile. Quando ho iniziato questo percorso di viaggio nelle terre del vino, mi sono ripromesso di lasciare spazio ai sogni che, uniti alla passione mi avrebbero permesso di andare lontano, senza precludermi alcun traguardo.

La riprova è data dal fatto che, con molta umiltà, sia riuscito nell’intento di poter compiere visite memorabili e parlando di Borgogna, come non citare il Domaine de la Romanèe-Conti, stupendo ricordo di una pietra miliare di indiscutibile valore assoluto.

La vita è bella perché è una continua sorpresa e l’occasione concessami dall’amico Emanuele Spagnuolo (fondatore dell’enoteca Grandi Bottiglie di Torino-Via Somis 4- www.grandibottiglie.com) di partecipare ad una serata di degustazione e di comprensione dei vini del Domaine Leroy, è la certezza che, il viaggio continua, le emozioni rimangono il vero sale della vita e che il percorso di conoscenza intrapreso quasi un ventennio fa è lungi dall’essere terminato.

Colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente per il privilegio accordatomi, anche perché, grazie al parterre di fini degustatori presenti, iniziando proprio da lui, ho potuto trarre insegnamenti che mi serviranno nel rivedere alcuni dettagli delle mie serate di degustazione, dando più tempo al vino ed alla condivisione delle emozioni. E’ proprio vero che quando ti “alleni” con chi è più bravo di te, puoi solo migliorare.

Nominare la famiglia Leroy, è come immergerci in una delle più importanti storie vinicole di tutta la Borgogna e di conseguenza dell’intero panorama enologico mondiale; una famiglia attiva dal 1868, nella quale, sono emerse nel corso degli anni due personalità di spicco: la prima è Henry Leroy, abile negociant di vino a Auxey-Duresses, dotato di lungimiranza ed abilità negli affari, il quale, rilevando nel 1942 la metà della proprietà del Domaine de la Romanèe-Conti, seppe riportarlo ai fasti primordiali, contribuendo il 31 luglio dello stesso anno, con atto del notaio Callier a Saint-Pourcain sur Sioule, a trasformarlo In Societè Civil, anticipando, in chiave assolutamente moderna, un’amministrazione tipicamente manageriale ed al riparo da qualsiasi spezzatino ereditario; l’altra, la figlia Marcelle, detta “Lalou”, che, dopo aver assunto le redini dell’attività paterna e la co-gerenza del DRC con la famiglia De Villaine, ha saputo esprimere il suo infinito talento dando vita, nel 1988, al Domaine Leroy, che ancora oggi dirige con estrema maestria. 

Il Domaine è stato degnamente rappresentato da un diretto collaboratore di Madame Leroy, che, oltre ad aver espresso una notevole competenza tecnica ed un amore puro per il terroir e per i vini prodotti (da sempre in regime biodinamico secondo i dettami di Maria Thun), ha saputo proporci, con grande slancio, un fedele ritratto di colei che ha colpito l’immaginario collettivo dei commensali, in trepidante attesa delle degustazioni.

Pensare che una donna (classe 1932), vera icona borgognona, nonché fonte di ispirazione di intere generazioni, tese ad apprendere il mestiere di vigneron, sia così vitale e così meravigliosamente vigile su tutto quanto sia indispensabile alla conduzione della propria attività, è qualcosa di sbalorditivo, quasi inumano. Quando hai la passione e l’amore per la propria terra e quando guardi costantemente al futuro, vivendo un presente che prende spunto dall’esperienze e dalle tradizioni del passato, allora non c’è età che conta.

A parer mio, “Lalou” incarna il vero riscatto generazionale della donna, tenendo presente che, nonostante i notevoli mezzi finanziari posseduti, ha vissuto in tempi in cui le donne erano ben poco considerate in campo vinicolo e la sua figura, per questo, è ancora più grande di quanto si possa immaginare. Per meglio comprendere e quindi per poter fornire un giudizio sui suoi vini, il miglior strumento è iniziare a degustarli, approcciandosi con il dovuto rispetto e la giusta concentrazione, senza dimenticare, però, la condivisione delle e mozioni e la piena convivialità dei presenti, necessaria al buon esito della serata.

10 vini in degustazione, 3 Chardonnay e 7 Pinot Noir, curati personalmente, nella loro scalettatura da Madame Leroy, che ha saputo, pur non conoscendoci, cogliere nel segno, sensibilizzando i nostri sensi all’estremo, riuscendo a farci arrivare direttamente all’anima del vino, in un viaggio di sublimazione totale che, a tratti, ha toccato punti di non ritorno. 

Per diversi giorni, ho tenuto in tasca un tappo di una delle bottiglie degustate, una sorta di talismano taumaturgico che, annusato ogni tanto, mi ha permesso di mantenere un legame con le sensazioni provate nel corso della serata. Una sorta di magia che, inevitabilmente, si è spezzata con l’inesorabile ripresa della realtà quotidiana. Senza filosofeggiare, partiamo con le degustazioni:


Mentre prendo appunti e sullo sfondo, al centro, l'amico Emanuele Spagnuolo e alla sua destra un enologo del Domaine Leroy

Montagny 2015

Annata molto buona in Borgogna improntata su una bella maturità delle uve. Questo Chardonnay si mostra visivamente di colore paglierino leggermente scarico, comunque limpido e senza sbavature. Lasciato areare nel bicchiere, avverto profumi floreali di glicine e fiori di campo ed a seguire nuances agrumate decisamente delicate. 

In bocca entra pulito, morbido, salivante e leggermente sapido. Persistente, ma non lungo, lascia un leggero pizzicore nel retrogusto. 

Nonostante sia un vino che non nasce in una delle zone più vocate per i bianchi di Borgogna, mi ha rappresentato il biglietto da visita di Madame Leroy, che ha saputo creare un vino apparentemente semplice e delineato da connotati stilistici che ti inducono ad immaginare come possano essere i prossimi vini in degustazione.

Chassagne Montrachet 1° Cru Morgeot 2013

Da alcuni anni sono diventato un bianchista convinto ed un fan dei vini di Chassagne e da questo Premier Cru mi attendo molto.

Provenienti da Santenay, percorrendo la D113, il vigneto Morgeot è uno dei primi che balzano alla vista entrando nel territorio di Chassagne, poco oltre il vigneto la Chapelle. E’ un premier cru che non ho mai degustato, pur avendo in cantina un’omonima bottiglia del Domaine Ramonet di pari annata. Versato nel bicchiere, il colore è oro fino da rimirare all’infinito; al naso frutta a pasta bianca matura cominciando dalla mela, per virare ad accenni di limone, al tea verde e col passare del tempo a sentori di fiori bianchi ed oliva. In bocca è a tratti oleoso, ma di una fluidità piacevolmente salivante. E’ persistente, ha struttura e carattere da vendere; è dotato di una bella mineralità ed è sorretto da una freschissima acidità. E’ talmente persistente che ti rimane in bocca ed è un vino che ti induce alla continua beva. In sintesi non ha deluso le aspettative, anzi per certi versi è andato decisamente oltre.

Chassagne Montrachet Morgeot 2013: un vino aristocratico

Meursault 2001

Meursault, pur non esibendo alcun Grand Cru, ingiustamente screditato dai territori di Puligny e Chassagne Montrachet, sa offrire come in questo caso vini prelibatissimi, che solo

miopi e discutibili opportunità commerciali tendono ad offuscare.

Questo vino, nel bicchiere è oro antico brillante ed è una gioia per la vista. Al naso, frutta gialla matura la fa da padrone, con richiami di lime e netti sentori sul finale di pietra focaia. In bocca entra in modo gradevole, morbido, con sapiente uso del legno e con una buona persistenza aromatica. La bellezza di questo vino, grazie anche al consiglio del nostro interlocutore è la capacità di evoluzione riscontrata, lasciandone un po’ nel bicchiere sino alla fine della serata. Dopo circa mezz’ora, i primi accenni di frutta esotica e di miele e dopo un paio d’ore (ancorchè la temperatura del vino si sia inevitabilmente elevata) è un’esplosione di miele che ti infonde gioia ed emozione. 

Meursault 2001: un vino emozionante!!!

Bourgogne Rouge 2014

La vista ci offre un rubino carico brillante ed uniforme. Al naso frutta rossa matura con predominanza di lampone e ribes; avverto un leggero sentore riduttivo che non infastidisce e che lentamente si perde in dissolvenza. In bocca è vinoso, fruttato, con una fresca nota dolce ed in apparenza di facile beva. Qui, incalza la gioventù ed una persistenza che ha la forza di una fiamma esplosiva e quindi non lunga. Un accenno di astringenza sul finale, ma quasi impercettibile. Nonostante la poca acidità, relativa all’andamento climatico dell’annata, Leroy ha saputo comunque ricavarne un vino ben fatto.

Cote de Nuits Village 2013

Rosso rubino scarico con riflessi rosacei sull’unghia. Al naso piccola frutta rossa e con sentori un po’ sauvage. Pur essendo un village è un vino non immediato, anche nei profumi e bisogna attenderlo per cogliere l’emersione di connotati balsamici, dalla menta all’eucalipto. Dopo 15 minuti circa di sosta nel bicchiere, i profumi si fanno più complessi e fini allo stesso tempo, con sfumature decisamente erbacee. In bocca ha matrici terrose, è comunque pulito ed è sorretto da una fresca acidità. E’ un vino di struttura, con una buona persistenza e che ha bisogno di tempo per esprimersi al meglio. Ancora una volta Madame Leroy ci insegna che troppo spesso i vini della Cote de Nuits siano sottovalutati ed abbiano meno considerazione rispetto ad altri che vengono prodotti in zone più blasonate e reclamizzate. 

Nuits Saint Georges 2013

Rosso rubino carico, con riflessi aranciati sull’unghia. Al naso amaretto e note balsamiche in netta evidenza che si avvertono prima del fruttato. In bocca, di primo acchito, risulta un po’ ruffiano e seduttivo, più estetico rispetto al Cote de Nuits, ma che col tempo, a mio parere personale, non riesce a tenergli testa. E’ più immediato anche nel gusto, con una notevole balsamicità che lascia il posto in un secondo tempo a frutta sotto spirito. Risulta un po’ astringente ed è dotato di una buona persistenza aromatica. 

Beaune 1°cru Les Aigrots 2011

Dopo aver degustato questo vino, che ho reputato uno dei migliori Pinot Noir della serata, avrei voluto battermi il petto tre volte, per aver sempre sottovalutato un territorio, quello di Beaune, che stupidamente ho sempre ritenuto di second’ordine rispetto a Gevrey Chambertin, a Vosne Romanèe, a Chambolle et.etc. Il vigneto Les Aigrots è confinante con il più celebre Clos des Mouches, non troppo lontano dal confine con il comune di Pommard. 

Rosso rubino con leggerissimi riflessi aranciati sull’unghia. Al naso frutta molto matura associata ad una balsamicità in bell’evidenza. La bocca è caratterizzata da un’impeccabile pulizia, c’è struttura, c’è persistenza, freschezza acida ed un tannino finissimo. La frutta a bacca rossa torna al palato ed a seguire immediati richiami di chinotto e con un leggero retrogusto astringente decisamente gentile. Per me grande vino.

Cotes de Beaune Village 2003

Coraggiosa Madame Leroy nel porci un’annata difficile come la 2003 dove l’eccessiva calura (la canicule come dicono i francesi) ha originato vini decisamente alcoolici e molto spesso, dopo 14 anni sulle spalle “stracotti”. Non è il caso di questo Cotes de Beaune, che conferma la mano del produttore nell’aver confezionato un buon vino in un’annata non semplice. Penso che a volte, si possano trarre più soddisfazioni in un vino riuscito in un’annata come questa rispetto ad un’annata eccezionale dove risulta più facile produrre ottimi vini.

Rosso rubino mediamente carico con riflessi aranciati sull’unghia. Al naso frutta surmatura, balsamico, liquirizia, tostature di caffè e cioccolato. In una bocca in cui avverto un po’ troppo calore, ritorna la frutta, su tutte prugna, marasca ed il caffè. C’è persistenza, è un ottimo vino nel quale si è riusciti a limitare le imperfezioni di un’annata storta.

Maranges 1997

Ammetto la mia ignoranza, ma non conoscevo questo vino codificato sotto l’appellation Cote de Beaune, ma 20 anni sulle spalle sono una buona scusa per poterlo degustare per capire se il Pinot Noir possa essere dotato di una longevità al pari di altri mostri sacri dell’enologia mondiale uno su tutti il Nebbiolo da Barolo.

Rosso granato leggermente torbido. Al naso decise nuances terrose, funghi, tartufo e pellame. In bocca c’è un ritorno di funghi; bella acidità anche se a tratti pare un poco squilibrato nella sua linearità, ma la bellezza di questo vino è data dalle trasformazioni gustative avvertite a distanza di 15 minuti una dall’altra che lo rendono un qualcosa di magico. Lunga la persistenza e a questo punto la prova è superata alla grande nella sua complessità e longevità.

Vosne Romanèe Les Genevrieres 2014 

Nonostante la sua giovinezza, è il Pinot Noir che più ho apprezzato nel corso della serata. Il vigneto è confinante con il territorio di Nuits Saint Georges è dimostra una forte matrice distintiva, pur essendo catalogato come un village. Vi assicuro che degustandolo alla cieca, potreste immaginarvi tutto tranne che sia un village!!

Rosso rubino intenso senza alcuna sbavatura, vera e propria goduria per gli occhi.

Al naso petali di rosa secca, fragole selvatiche, sottobosco, fogliame, accenni di pietra focaia e leggeri sentori sulfurei, marasca sotto spirito ed effluvi balsamici. Semplicemente un’armonia di profumi perfetta. Ma è in bocca che ritrovi immediatamente un’esplosione di gusto con una morbida avvolgenza equilibrata di frutto e con un’acidità ben sostenuta. Tannino fine ed elegante con un nucleo minerale avvolto da foglie di tea e sul finale una tenera dolcezza di buccia d’arancia. Personalmente avrei finito da solo la bottiglia!!

Madame Leroy Chapeau!!!!

Vosne Romanèe Les Genevrieres 2014: l'essenza del Pinot Noir

Il comune denominatore di questi vini è dato dal fatto che siano diretti al cuore, hanno un’anima, non ci trovi compromessi od artifici, ti parlano e ti invitano a conoscerli e sono dotati di una bella pulizia, di finezza, di complessità caleidoscopica ed esprimono il forte carattere, ma allo stesso tempo la femminilità di colei che li ha creati, dandoti sempre l’opportunità di avvertire sensazioni gustative mutevoli nel tempo. Sono pura materia viva che si evolve e che ti disorienta nell’elaborazione delle infinite sfaccettature aromatiche. In sintesi sono la felicità in un bicchiere. Ad inizio serata, mi sarei aspettato un Grand Cru, ma alla fine, ho intuito che sarebbe servita un’esperienza come questa per farmi capire che, data la complessità di questi vini classificati “village”, sarebbe stato arduo comprendere fino in fondo un Grand Cru e la mente è tornata indietro nel tempo alla visita al DRC nel 2013, nella degustazione del Romanèe-Conti, del La Tache, dei Grands Echezeaux e del Batard Montrachet, vini che mi avevano letteralmente spiazzato, sopraffatto da un tourbillon di emozioni ingovernabili e dalla percezione di aver assaporato “un altro” vino.

Tutte le bottiglie degustate

La speranza è che questa stupenda serata, che, come tutto quanto ci rende felice, è volata via come un battito di ciglia, sia stata propedeutica nella possibilità di incontrare, prima o poi, Madame Leroy; è un sogno??? Può darsi, ma è una possibilità che vorrei concedermi perché ho imparato, che nella vita, se ci credi, nulla è impossibile. 

Ilva ed Elisa, le donne di Grandi Bottiglie


da sinistra verso destra, l'enologo del Domaine Leroy, io, Emanuele e Paolo