…Non ricorderai i passi che hai fatto nel cammino, ma le impronte che hai lasciato….

(Anonimo)


Penso di non sbagliarmi nell’asserire che ognuno di noi, almeno una volta non abbia potuto fare a meno di porsi alcune domande fondamentali, alle quali ci si è dati una risposta, che forse non rappresenta la verità assoluta, o addirittura non si è stati capaci di trovare un riscontro. 

Perché siamo al mondo? Qual è l’origine di tutte le cose? Cos’è il bene e perché esiste il male? Cos’è la verità? Quanto vivrò?........

A queste domande, troviamo differenti risposte dalla religione, dalla filosofia e dalla scienza e molto spesso rimaniamo nel dubbio, nell’incertezza e nella spasmodica ricerca della verità.

Quello che probabilmente affascina ed allo stesso modo spaventa l’uomo è forse il mistero più profondo del principio e della fine di ogni cosa. 

Ognuno di noi segue una legge inesorabile, quella di nascere, vivere e morire; i latini dicevano “Nihil certius morte hora autem mortis nihil incertius”, che significa "Niente è più certo della morte ma niente vi è di più incerto della sua ora", frase usata soprattutto nel periodo medioevale dalla Chiesa cattolica per spiegare ai fedeli i novissimi (che sono: la morte, il giudizio, l’inferno ed il Paradiso) e che ben incarna il concetto della nostra esistenza.

Tra il nascere ed il morire, c’è di mezzo una vita intera che è un viaggio lungo il quale cresciamo, incontriamo parecchi ostacoli, soffriamo e lottiamo per raggiungere ed esaudire i nostri sogni, maturiamo e col tempo e l’esperienza diventiamo più saggi, mantenendo la barra dritta, cercando di creare un percorso il meno accidentato possibile per non essere oppressi dal nostro destino, ma al contrario cercando di trarre il meglio dalla nostra esistenza.

E’ facile? Direi proprio di no, ma la metafora dell’anonimo posta in prefazione ci aiuta a comprendere quel che conta realmente nella nostra vita.

I ricordi non rappresentano solo momenti a cui aggrapparsi immergendosi in una nostalgica malinconia, ma serbano una potenza meravigliosa che può influire sulle azioni e sul cammino nel presente, soprattutto nella propria sfera privata. Non vivere il ricordo, ma analizzarlo ora, in questo momento, significa riflettere sul passato per poter porre azioni da poter utilizzare oggi e domani. Le impronte che si lasciano aiutano a vivere meglio il presente e possono essere da esempio per gli altri che di te avranno un ricordo indelebile. 

Sono convinto che, pur vivendo in una società globalizzata, quello che risulta davvero difficile è quello di poter camminare da soli, riuscendo a costruire un percorso che non sia standardizzato e spersonalizzato dalle innumerevoli insidie e sollecitazioni di una società che ci vuole instradare in un percorso in cui l’apparire conta molto più dell’essere.

Di certo, un uomo che è riuscito a creare un percorso, inizialmente non privo di difficoltà, di ostacoli e di pregiudizi, incurante delle mode, dei momenti, del marketing e delle malelingue è stato senza dubbio Daniele Ricci, viticoltore del Tortonese, profeta in patria, innamorato del Timorasso e già recensito con il vino “In…stabile” su questo blog. 

Il suo approccio al vino è da sempre olistico, nel senso che va oltre il biologico e il biodinamico ed è fondamentale e necessario per poter produrre vini naturali senza difetti; nel suo cammino “da solo” in questa direzione non ha mai considerato la vigna come qualcosa a parte rispetto al territorio, ma il tutto è parte di un unico organismo la cui salute è fondamentale per poter mantenere intatto l’equilibrio dell’intero ecosistema.

Dall’essere considerato come una sorta di santone, un rivoluzionario, un visionario, ma di sicuro un adepto del suo mentore, l’istrionico Walter Massa, ad ottenere il rispetto e la considerazione degli altri vignaioli e della critica di settore, di strada se ne è fatta tanta e le impronte lasciate lungo il cammino davvero profonde sono un esempio per tutto il territorio tortonese.

Ricci sublima gli insegnamenti dell’antroposofo Rudolf Steiner, padre della biodinamica, in una serie di vini dove il vitigno Timorasso, autoctono a bacca bianca della zona dei colli Tortonesi, viene riportato alle origini e a quella naturalità definita per sottrazione, cioè togliendo dal convenzionale processo di produzione dell’uva e del vino quanti più elementi di disturbo possibili. 

La riprova è il suo orange wine Vino bianco – “Io cammino da solo” annata 2018 di 14,5° vol, un autentico vino poetico, pieno di sentimento, di cura, di dedizione e pazienza, cosi come viene riportato in etichetta e che nasce da una macerazione di 100 giorni in anfore e da un affinamento di 12 mesi in botti di castagno. Versato in ampio balloon tipo Burgundy, si presenta cromaticamente di un bellissimo color arancione acceso lievemente torbido. Lasciato opportunamente ossigenare per eliminare un po’ di riduzione, emana sensazioni fruttate di albicocca matura, in parte agrumata di arancia sanguinella mista a frutta secca; a seguire erbe aromatiche della macchia mediterranea, un tocco di resina e smalto e sul finale una nota leggermente balsamica di aghi di pino.

In bocca è semplicemente una meraviglia!! Denso e salivante ma allo stesso tempo pungente, al punto di lasciarti un sensuale pizzicore sulla lingua a sua volta sollecitata da una piacevolissima sapidità che avvolge la sua parte apicale e laterale. Persistenza che ha dell’eterno con un retrogusto leggermente speziato. Si avverte anche un levigatissimo tannino che ben si integra nella sua bella struttura e la gradazione alcoolica, non indifferente, è ben tollerata da una freschezza acida davvero invidiabile. 

Sono sincero, questo Orange wine me lo porterò nel cuore come un bellissimo ricordo, simbolo di una profonda impronta lasciata da un viticoltore che “cammina da solo”.