…È la pulce d'acqua che l'ombra ti rubò
E tu ora sei malato
E la serpe verde che hai schiacciato
Non ti perdonerà
E allora devi a lungo cantare
Per farti perdonare
E la pulce d'acqua che lo sa
L'ombra ti renderà……

( A. Branduardi )

Nel 1977, il “menestrello” per antonomasia, Angelo Branduardi, compose una ballata rimasta negli annali dalla quale ho tratto alcuni versi emblematici. 

Il violinista folk, si rifà ad una leggenda degli indiani d’America in cui si racconta che una pulce d’acqua usa rubare l’ombra alle persone che non rispettano la natura. Senza la propria ombra, le persone finiscono per ammalarsi; solo lo stregone poteva invocare il perdono chiedendo alla pulce la restituzione e a quel punto si poteva ritrovare la pace ed il proprio equilibrio interiore.


Possiamo dunque affermare che l’ombra o le nostre ombre, siano in qualche modo una parte essenziale del nostro essere, arrivando al punto di definirle come il “lato oscuro” dell’esistenza umana. Noi siamo fatti essenzialmente di luce, di energia, e questa luce, attraverso le nostre “maschere” pirandelliane, la esterniamo di giorno, esprimendo appieno la nostra personalità, attraverso i comportamenti, le abitudini ed addirittura con la nostra mimica facciale, cercando di far emergere tutte le qualità migliori. Ma al calar della sera, la coscienza, deve fare a pugni con quelle qualità inferiori che sono date da quell’ombra che non è nient’altro che il prolungamento del nostro corpo e che ci presenta il conto delle nostre negatività. Senza saperlo viviamo due aspetti contrapposti, in una sorta di connubio, cercando di far convivere, attraverso l’equilibrio interiore, il Mister Hyde evidente con l’ombra inquietante del Doctor Jekyll.

E’ certo che l’ombra, alter ego della luce non possa essere luminosa e diventa una sorta di nemico, di antagonista che può essere dominato solo riconoscendolo e contrastandolo con le emozioni positive, quelle più profonde. 

La parola “ombra”, nella Bibbia compare un’ottantina di volte, ma non sempre viene identificata con un’ accezione negativa, anzi:

…anche un’ombra piccola, come quella del ricino, per il profeta Giona procura benessere e refrigerio, in un mezzogiorno di fuoco (Gn 4,6); l’ombra è refrigerio atteso e invocato : “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario …” (Gb 7,2).

Tutto ciò identifica che l’ombra è la parte di noi che dobbiamo riconoscere e gestire perché senza di essa non saremmo completi.

C’è un vino, un blend bordolese, ma allevato in Italia, ai piedi del monte Amiata (vulcano spento), in un angolo della Toscana di rara bellezza naturalistica, che porta in etichetta il nome “ Le Ombre “ al di sopra del quale è disegnato un albero (un mandorlo), presumibilmente sulla sommità di un colle, che proietta la propria ombra allungata e dilatata allo stesso tempo. Questo vino, prodotto dall’Azienda Poggio Mandorlo, rappresenta l’archetipo di quelle ombre che hanno una connotazione benevola e che a differenza di quelle umane, non derivano dalla repressione delle emozioni che scivolano nell’inconscio, ma al contrario donano benessere ed unicamente sensazioni positive.

L’azienda nasce nel 2001, attraverso il sogno di 4 amici, che ben presto però diventa realtà ed una cosa seria, ad iniziare dalla collaborazione con uno dei migliori enologi italiani, Roberto Cipresso ; relativamente al Poggiomandorlo “Le Ombre” annata 2012 di 14,5° vol., siamo in presenza di un Super Tuscan ottenuto con l’eleganza del Cabernet Franc e la sensualità del Merlot. La caratteristica principale è che il vigneto che da origine a questo vino è stato impiantato con barbatelle provenienti da Saint Emilion, uno dei territori più vocati del bordolese e che poste a dimora nel grossetano hanno trovato il proprio habitat naturale. 

Vigneto costituito da marne di arenaria e di calcare a 400 metri s.l.m., vendemmia manuale con cernita delle uve, fermentazione in vasche di acciaio a temperatura controllata tra 22 e 24 ° C. e con macerazione da 18 a 21 giorni ed affinamento di 18 mesi in barrique di rovere francese di primo passaggio, donano a questo vino eleganza e raffinatezza. Ma veniamo alla degustazione.


Stappato 4 ore prima di essere servito, si presenta cromaticamente di color rosso rubino intenso e profondo, con leggerissime note tendenti al granato sull’unghia. 

Al naso, iniziali sentori fruttati di mora, mirtilli e ribes, lasciano quasi immediatamente la scena a profumi tipicamente terziari di terra bagnata, sottobosco, cuoio e sul finale una nota intensa di cioccolato fondente.

In bocca mostra la sua pregevole struttura, con un evidente tannino che ha ancora grip al palato ma decisamente setoso e seducente. La corrispondenza naso/bocca è da manuale in un corollario gustativo di forte impatto. A mio parere il Merlot gli dona una sensuale morbidezza e la beva, nonostante l’elevata alcolicità è scorrevole ed appagante. E’ elegante e per certi versi raffinato e persistente quanto basta per poter asserire di trovarsi di fronte ad un vino che non lascia alcuna ombra ma che risulta essere davvero gradevole. Il finale è particolare per la sua balsamicità pronunciata.

Nonostante i 9 anni sulle spalle non è assolutamente al suo apogeo e ha davanti ancora lunga vita.

Riguardando nuovamente l’etichetta, la mente galoppa velocemente e mi catapulta in una giornata primaverile, con un bel sole ed il cielo terso, sotto un bel mandorlo, posto alla sommità di un colle, con in una mano un calice e dall’altra questa bottiglia, intento a degustare e ad ammirare “le ombre” mutevoli delle foglie accarezzate dal vento. Che pace!!