Non so se sia per le mie origini lombarde, ma devo confessare di essere stato innamorato del periodo d’oro, in cui tre comici milanesi che vanno sotto il nome di Aldo, Giovanni e Giacomo, emersero con il loro umorismo fresco, travolgente e a tratti rivoluzionario, al punto da segnare un’epoca difficilmente ripetibile. 

La maggior parte della gente li ricorda per il loro film d’esordio, “Tre uomini e una gamba” che li consacrò a livello nazionale e anche al botteghino, ma personalmente, penso di essere affezionato più al terzo lungometraggio della loro filmografia, quel “Chiedimi se sono felice” che a mio avviso  rappresenta una delle commedie italiane più belle dell’ultimo ventennio, non solo per la  rappresentazione del vero significato di amicizia, ma anche per l’interpretazione del trio che non è più stato capace di ripetersi.


Scena dal film "Chiedimi se sono felice"

Mi capita, di frequente, di rivedere alcuni spezzoni, direttamente su Youtube ma allo stesso tempo, avendo superato da un po’ i cinquant’anni, mi sovviene chiedermi se anche io sono felice. Sarei ipocrita, se dicessi che non ci penso e sorvolo, ma non è così. 

La domanda che mi pongo spesso è: “Che cos’è la felicità??”

Se mi appellassi a un significato “scolastico”, troverei conforto nel sapere che felicità deriva da felicitas, la cui radice “fe” significa abbondanza, ricchezza, prosperità, non necessariamente di cose materiali, ma potrebbe trattarsi esclusivamente di cose spirituali. C’è chi si divide nel pensare che si è felici nell’attesa di un momento che deve arrivare e chi al contrario pensa che per essere felici deve avverarsi qualcosa e la consecutio logica è il chiedersi se la felicità di cui ci importa è quella di un istante, oppure quella della nostra vita, ma soprattutto se esista veramente la felicità.

Gli antichi filosofi, la definivano come una stretta connessione alla virtù e al sapere di una persona; una sorta di disciplina razionale capace di sintetizzare i valori più significativi della vita. Più recentemente, Freud asseriva che la felicità non può essere un fatto puramente individuale ma scaturisce dalla condivisione con un proprio simile. 

Ognuno di noi ha il diritto di ricercare la felicità, anche se non ci si deve dimenticare che a volte potrebbe diventare talmente ossessiva da essere una delle cause maggiori della nostra infelicità. Penso che una vita, per essere felice deve essere piena e realizzata, che abbia un senso e un valore e allora mi rifaccio per l’ennesima volta la domanda: “Sono felice?” Non lo so.

Ho la convinzione che la felicità è un attimo che passa velocemente e che ancora più velocemente bisogna tornare a cercarla. Se penso alla mia vita posso affermare con certezza di aver vissuto frammenti di felicità, a volte apicali, anche se brevi, ma che mi sono rimasti dentro, quasi a scalfirmi, cicatrizzandomi l’anima.

Uno di questi frammenti mi è capitato recentemente con la degustazione di un vino prodotto dal Domaine Saumaize-Michelin,  una piccola azienda a carattere familiare dislocata alle pendici della Roche du Vergisson; siamo nel cuore del Maconnais, nella Borgogna del Sud, definita per decenni la zona meno nobile della regione, dove però i Poully Fuissè sono veri e propri cavalli di razza e che a volte non hanno nulla da invidiare ai più blasonati Chardonnay della Cote de Beaune. 

I coniugi Saumaize-Michelin, che ho conosciuto personalmente sono veri e propri artigiani dediti all’agricoltura biodinamica, seguendo alla lettera i cicli lunari, assecondando la natura ed il tempo in tutte le sue fasi stagionali. Sono proprietari di 10 ettari, prettamente con terroir a base calcare con qualche piccolo climat in argilla e marna e alcune zone sono marcate da un particolare calcare ferroso, praticamente arricchito di ossido di ferro. La produzione media si assesta sulle 70/80.000 bottiglie l’anno. Il 70% viene commercializzato all’estero, mentre la rimanente parte è destinata al mercato interno.


Ma veniamo alla degustazione del loro top di gamma, il Pouilly Fuissè “Ampelopsis” annata 2014 di 13,0° vol., chardonnay in purezza, frutto di un accurato assemblaggio di 4 terroirs diversi, prodotto solo in alcuni anni e in piccole quantità; per così dire potrebbe essere paragonato a un Riserva italiano, tanto è vero che qui, l’affinamento arriva a 20/22 mesi. Stappato un’ora prima di essere servito, si presenta alla vista di un bel colore dorato, limpido e senza sbavature; al naso emergono sensazioni fruttate di ananas maturo ed agrumate di pompelmo, a seguire vaniglia e sul finale note di speziature delicate.

Al palato, è generoso, avvolgente e godurioso, con una complessità caleidoscopica  di frutta tropicale, di vaniglia e con un retrogusto lievemente tostato che quasi contrasta  l’acidità agrumata. Un corollario gustativo davvero notevole che lascia una bocca piacevolmente pulita e pronta ad un nuovo sorso, in una beva decisamente accattivante ed appagante al punto di renderti per un istante veramente felice.

Questi coniugi vignerons, sono un esempio e nella loro semplicità riescono a dar vita a nettari di questo genere, ma soprattutto ti insegnano che non occorre rincorrere la felicità, perché è dentro ognuno di noi, basta riuscire a scolpire la propria anima per poterla liberare, come se questa fosse imprigionata dentro.